Due mazzi e una scacchiera: la resistenza è del detektive

Nella versione autunnale dal titolo Fattore Umano la nota rivista Wired riservava, già a partire da Ottobre 2019, variopinte anticipazioni relative all’imminente arrivo di un rinascimento tecnologico dove reti e sistemi smart prepareranno la gestione allargata di una vita sempre più “connessa” a persone, spazi, oggetti. Internet delle cose che, dallo smart working alla domotica, appare come il bacino urgente di molteplici iniezioni finanziarie, visioni ibride tra strumenti, utensili e ambienti dove robotica e intelligenza artificiale assumono i connotati minimi di una relazione sempre più complessa tra uomo e società. La rivista contiene inoltre un’intervista a Giulio Tremonti che preannunciava, non a caso, una profetica guerra fredda USA-Cina sui temi della sicurezza globale. Il denaro sembrava dunque circolare ampiamente prima della catastrofe planetaria, destinandosi a molteplici progetti d’implementazione sempre più articolata tra reti internet e servizi per il cittadino: la cosiddetta “era 5G”. Al di là delle logiche di complotto, ponendo qualche riflessione sulla plausibilità democratica di questo costoso sfondo tecno-scientifico, l’ultimo disponibile prima della pandemia e, in fondo, pensando alla continuità di un tempo iper-connesso, l’unico durante il tempo di quarantena, risulta più semplice notare le ambiguità e le contraddizioni che emergono da uno scollamento evidente tra immaginario comune, figlio dell’algoritmo generalizzato, e la vita privata della persona. Se il singolo convive privatamente in spazi alterati e umanamente inespressivi, la totalità simulata, l’Altro virtuale, offre un immaginario circolare, spesso forzatamente ottimista, a tratti caricaturale, dove s’impara ad apprendere sentimenti d’altruismo e speranza mediante l’etica degli spot motivazionali e delle pubblicità; si fluidificano, volendo anche positivamente, le lezioni didattiche attraverso la fruizione di materiali interessanti, lezioni magistrali aperte a tutti; infine, si partecipa alla morte e allo scandalo delle inchieste con il tacito assenso dell’impotenza. Una banalità del “male” rovesciata in cui l’artefice dell’obbedienza non è tanto il carceriere, quanto il detenuto, la cui responsabilità non pare mai essere invocata, se non per limitare le distanze sociali. L’intento non è trincerarsi nel negazionismo dell’emergenza ma saper stabilire un giusto rapporto tra schermi, quelli interni e quelli esterni, addestrarsi al filtraggio delle informazioni e imparare a rispondere secondo codici che evitino il penoso rischio “palla di neve” e quindi l’implosione del linguaggio-valanga. Poiché pare chiaro che una simile implosione sia già in atto (ne sono un esempio il fenomeno degli haters e delle fake news), s’impone l’urgenza di applicare strategie adeguate per poter “distrarre” o decentrare ripetutamente la convergenza o l’ingorgo della comunicazione distopica, rintracciarne i simboli sottesi, scioglierli, figurarli e non soccombere alla vita affabulante di un continuo ingranaggio poliziesco alla Hitchcock. Il pericolo è barattare l’ordine delle discipline – fisica, logica, etica e via di seguito – e quindi delle rispettive competenze e dei veri competenti con il bricolage stratificato di una presunta interdisciplinarità, il cui esito pare schiudersi nella forma di un “blob” narrativo ad emissione continua, uno stato che John Berger definì come lo spazio anonimo dei “fellow prisoners”, compagni di prigione, il cui habitat non è il cortile murato ma la zona franca dei volti nell’unico corpo, uno stato di eterna eccezione dove massa e persona appaiono nella gravità della loro interscambiabilità immanente, una simulata veste dell’antico dilemma novecentesco, per cui comincia a farsi strada la mancata polarizzazione della lotta, la giusta regolazione dello specchio e della tragedia, in definitiva, il differire di una struttura dei fondamenti. “I significati non vanno solo saputi, ma lottati” – scriveva Italo Mancini. Comepare dunque urgente rinnovare, senza eccedere in intimismo, l’invito proustiano al ricordo di quel “sentimento che c’induce non a considerare una cosa come uno spettacolo, ma a credervi come in un essere senza equivalente, qualcosa che tiene subordinata tutta la parte profonda della vita”. Non sarà lezioso dedurre che da quel nodo d’impressioni vive, comune a tutti i corpi umani, cominci infatti anche l’anima, una stanza di mediazione posta tra il corpo e lo spirito. Sarà forse necessario imparare un nuovo vocabolario, un dialetto delle parole più intime, un codice dei nuovi “fedeli d’amore o di bellezza”, magneti tra poli sbilanciatiche sulle (chimiche) scie di fumo inviano l’uno l’altropiccole colombe, segni di riconoscimento, per vedere ogni tanto un frugale arcobaleno, per udire quella musica che Ezio Bosso definiva come il vero collante della cultura umana, pur abitando la complessa scacchiera di un alveare, il polittico dal pezzo mancante.

Marina Guerrisi