Un giorno, chissà!

Bell’uomo, sui quarant’anni, sposato con una donna tutta dedita alla casa e ai due figli adolescenti, Antonio svolge un lavoro piacevole e ben remunerato, abita un appartamento vasto e confortevole in una delle zone residenziali più esclusive della città, gode di un’ampia cerchia di parenti abbastanza affezionati e di un discreto numero di amici e amiche con cui tuttavia s’incontra di rado.
Affettuoso e preciso, è di una metodicità assoluta: casa-e-ufficio, ufficio-e-casa tutti i giorni lavorativi della settimana. Il sabato, shopping con la moglie nel centro commerciale più vicino; la domenica mattina, a messa, da buon cristiano; il pomeriggio, se bel tempo, lunga passeggiata con moglie e figli nel parco cittadino; altrimenti, al cinema. Ogni sera, visione di qualche trasmissione televisiva rilassante prima di andare a dormire.
Nessun hobby, nessun divertimento particolare durante tutto l’anno, salvo il periodo di ferie che Antonio trascorre con la famiglia sempre nello stesso posto: un posto di mare al Sud, senza particolari attrazioni turistiche, ma ordinato e pulito, poco affollato e soprattutto poco dispendioso.
All’inizio delle vacanze estive, Antonio manda avanti moglie e figli nell’abituale residence, quattro settimane prima che lui possa raggiungerli nel proprio mese di ferie.
Insomma, una vita tranquilla, priva di grandi emozioni e di particolari preoccupazioni.

Questo fino a ieri, ossia fino a ventiquattro ore fa. Oggi no, oggi è un’altra cosa. Oggi è il venerdì sera di una settimana lavorativa trascorsa come sempre. È autunno avanzato, fa buio presto. È tardi. I figli sono già a letto e dormono. Ed ecco che la tranquillità domestica abituale viene improvvisamente turbata.
Il prolungato ronzio del citofono annuncia che qualcuno è giù davanti al portone del palazzo e chiede udienza.
A quest’ora il portiere ha cessato il suo servizio dopo aver attivato la videosorveglianza notturna.
Antonio è un po’ assonnato, sobbalza sulla poltrona. Chi sarà mai?
«Vado io» dice alla moglie.
Accosta il ricevitore all’orecchio:
«Sìììììì» trascina la voce un po’ annoiato e un po’ incuriosito.
«Mi scusi,» domanda dal basso una voce maschile robusta ma accattivante «è lei il signor Antonio?»
«Sì, sono io» dice lui.
«È proprio lei il signor Antonio?» insiste la voce dal basso come per non aver alcun dubbio sul nome.
L’attenzione di Antonio si acuisce.
«Le ho detto di sì… Ma mi dica: chi è lei?… Cosa desidera?» incalza, attraversato da una certa apprensione.
«Ci hanno detto che il signor Antonio abita qui… Potrebbe scendere, per cortesia?» risponde la voce. «Dobbiamo parlarle.»
«Parlarmi? A quest’ora?»
«È una cosa della massima importanza. Venga giù, per cortesia.»
Antonio si porta sul balcone che sporge dalla facciata principale del palazzo e guarda in direzione dell’ingresso: dall’alto intravede le sagome di tre uomini accanto a un’automobile con i fari accesi. Non pensa di aver fatto del male ad alcuno, non crede di avere nemici, è un uomo coraggioso di carattere e fisicamente forte, e benché la moglie tenti di dissuaderlo – «Non andarci, chissà chi sono e cosa vogliono… » – prende egualmente l’ascensore e va giù a vedere e sentire di che si tratta.
Aperto il portone, non fa in tempo a metter il piede sul gradino dell’ingresso che una rapida scarica di pugni e calci, accompagnata da una volgare gragnola d’insulti – «Farabutto, vigliacco, porco!» – lo accoglie e lo lascia tramortito per terra.
Lì, pesto e con un rivolo di sangue che gli cola dal naso, vorrebbe poter chiedere spiegazioni. Non si aspettava affatto un trattamento simile. Tanto più che i tre, dopo avergli intimato in modo perentorio di non molestare più una certa Mariella se lui non ha intenzioni serie, mostrano di non essere dei rapinatori, perché salgono in fretta sull’auto e fuggono via senza avergli tolto alcunché di dosso, né l’orologio di marca, né il portafogli, né la catenina d’oro appesa al collo.
La moglie che dal balcone ha assistito terrorizzata al rapido pestaggio del marito, accorre subito chiedendo aiuto al portiere. Il trambusto ha attirato l’attenzione di qualche altro inquilino. Presto si forma un capannello di persone. Qualcuno vorrebbe chiamare un’ambulanza, il portiere si mette a disposizione per accompagnare in auto il malcapitato al più vicino pronto soccorso. Ma Antonio, pur dolorante per i pugni al volto e i calci ai fianchi, si rifiuta categoricamente.
«No, no, preferisco di no» insiste con un filo di voce. «Vi ringrazio tutti… Sto abbastanza bene… Voglio solo tornare in casa e stendermi sul letto…»

Il sabato e la domenica successivi consentono ad Antonio di alleviare i dolori e di recuperare le forze. Grazie agli impacchi di ghiaccio, gli ematomi sul volto si sgonfiano e il lunedì Antonio è in grado di ritornare in ufficio. Nessuno si accorge di nulla, né lui ha intenzione di raccontare ad alcuno la violenza patita.
A casa la moglie e il portiere gli consigliano di recarsi in questura per sporgere denunzia contro ignoti. Sicuramente il sistema di videosorveglianza della via ha registrato qualcosa: un’indagine adeguata non potrà che smascherare gli aggressori. Ma niente! Antonio non ne vuol più sapere, anzi li prega di non insistere perché lui sta bene e ha già dimenticato tutto.
Passano i giorni e arriva il nuovo fine settimana: l’ora precisa dell’aggressione del venerdì precedente. I figli sono già a letto e dormono. La moglie, quasi scherzando, rievoca l’episodio come un ricordo ormai lontano. Antonio sorride, si direbbe sollevato da un terribile incubo. Ma ecco che squilla il telefono.
«Rispondo io» dice Antonio.
Accosta il ricevitore all’orecchio:
«Sìììììì» dice strascicando la voce e aggrottando la fronte fra incuriosito e preoccupato.
«Mi scusi,» domanda dall’altro capo del filo una voce femminile «è lei il signor Antonio?».
«Sì, sono io» risponde lui.
«È davvero lei il signor Antonio?» insiste la voce come a voler essere assolutamente certa del nome.
L’attenzione di Antonio si fa sempre più acuta.
«Chi è al telefono? Cosa desidera?» incalza attraversato da una sottile inquietudine.
«Sono la madre di Mariella…»
«Mariella? Non ho il piacere…»
«Perché fa finta di non conoscerla? Se non ha intenzioni serie, perché continua a illuderla?»
«Guardi, signora, che io non so chi sia questa Mariella… Deve esserci un equivoco…»
«Equivoco? Nessun equivoco! Perché non vuole sposarla? Sentiamo: perché?»
«Guardi che io sono già sposato. Ho moglie e figli…»
«Sposato? Non racconti frottole. Se non vuole più sposare Mariella, dopo quello che è successo fra voi due, deve dirglielo chiaro e tondo… Ingannare così una povera figlia!»
«Aspetti un attimo, signora. Se non crede che io sia sposato, le passo al telefono mia moglie, così potrà subito rendersi conto che non le sto raccontando frottole.»
Rapidamente Antonio spiega alla moglie il qui pro quo in cui è incorso e le chiede di chiarire alla donna come stanno le cose.
La moglie, inizialmente preoccupata ma poi sempre più sollevata, parla a lungo al telefono spiegando alla donna che lei è la moglie di Antonio e che suo marito conduce una vita irreprensibile, addirittura monotona, tutta casa e ufficio, è assolutamente impossibile che vada in giro in cerca di avventure. Anzi, aggiunge, se non lasciano in pace Antonio, lei stessa si rivolgerà alla polizia anche per denunziare l’aggressione subita dal marito, e a questo punto ‒ grazie al numero registrato della telefonata ‒ sarà facilissimo risalire agli autori. Sicuramente, conclude, si tratta di uno scambio di persona.
«Come le ha detto mia moglie,» ripete Antonio, riprendendo la conversazione al telefono, «dev’esserci uno scambio di persona… Mi faccia parlare con sua figlia: dalla voce capirà subito…».
«Mariella non abita qui, vive da sola, non posso passargliela.»
«Allora le proponga di venire a trovarmi: appena mi avrà visto di persona, si convincerà subito che non sono io l’Antonio in questione. Mi richiami per concordare l’incontro…»
Forse appagata da queste parole, la donna non si fa più viva. Insomma, la cosa finisce lì.
I mesi seguenti trascorrono con la consueta cadenza. La famiglia di Antonio è normalmente felice. La moglie non ha particolari pretese e si accontenta del solito andazzo quotidiano. I figli vanno bene a scuola. Al termine dell’anno scolastico, ricominciano le vacanze estive. Luglio e agosto sono i mesi più giusti da passare al mare. La madre e i ragazzi partono già a luglio. Antonio no, le sue ferie sono sempre ad agosto. E allora, buon divertimento a moglie e figli al mare, nel solito residence, quattro settimane prima che Antonio possa raggiungere l’amata famigliola.

Ma come passa il tempo libero Antonio, rimasto da solo in città?
Ne sa qualcosa Mariella che da un anno all’altro, e sono ormai tre, aspetta l’estate per trascorrere con lui, nel suo piccolo appartamento alla periferia della città, almeno il mese di luglio.
Su come Mariella trascorra gli altri undici mesi Antonio non ha mai voluto indagare, né lei ha mai voluto raccontare alcunché.
«Hai raggirato ben bene mia madre, bugiardone mio!» gli dice una sera, accaldata e appassionata, rievocando la telefonata dell’autunno scorso.
«Capirai, ero stato pestato da tre energumeni… Chi erano poi?»
«I miei fratelli e mio padre… Ma io non ne sapevo niente, ti giuro… Non lo avrei permesso…» aggiunge con aria sincera. «Le botte, però, non ti hanno fatto cambiare idea, a quanto pare… Tu sei bravo a convincere gli altri, sei un venditore nato. Peccato che gli altri non riescano a convincere te! Io, è da anni che non so convincerti a piantare tua moglie… Ma ancora non è detto… Un giorno, chissà!»
Antonio sorride sornione, le accarezza la mano e, alzando gli occhi al soffitto, le fa eco: «Beh, sì! Un giorno, chissà!»

 

 

 

 

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