“Tu che vieni da lontano, con le mani cariche di rose”: la poesia libera di Renée Vivien.

 

“Ecco, in estasi è la mia anima
Poich’ella quieta, s’addormenta
Avendo, per amore della Morte,
Perdonato questo crimine: la Vita.”

 

reneeChi è Renée Vivien, al secolo Pauline Mary Tarn? E’ una straordinaria  poetessa inglese trapiantata in Francia e autrice di versi in lingua francese.  Nata a Londra l’11 Giugno del 1877, muore a Parigi, di congestione polmonare, la notte fra il 18 e il 19 novembre del 1909, quasi in completa solitudine, ad appena trentadue anni. Ricordiamo che a Londra, nel 1908, anche perché tribolata da problemi economici, ma soprattutto per l’impossibilità di vivere serenamente la propria vita sentimentale, la poetessa aveva tentato il suicidio mediante l’assunzione di una dose eccessiva di laudano. Particolare degno di nota: in attesa della morte, si era distesa sul divano posando sul seno un mazzo di violette: i suoi fiori preferiti, tanto che dagli intimi era stata soprannominata la dama delle violette. Si era poi salvata, ma in quella occasione aveva contratto un fatale indebolimento del suo già delicato organismo; indebolimento che, di lì a un anno, dopo il suo rientro in Francia, la avrebbe condotta a una morte prematura. La sua personalità fu potente al punto da colpire un personaggio pubblico come Colette , che nel suo libro Le pur et l’impur scrive:

“Nella notte profonda… attraversando un’aria ispessita da tende e fumi d’incenso, Renée errava”.

Oggi è stata sostanzialmente dimenticata dalla critica “ufficiale”: anzi non dimenticata; rimossa. Per fare solo un esempio, a lei sono dedicate giusto un paio di righe, di straforo, nella monumentale Storia della letteratura francese diretta da Pierre Abraham e Roland Desné. Le poesie della Vivien sono belle, di una bellezza crepuscolare e malinconica (gli anni sono quelli, del resto: decadentismo, estetismo, crepuscolarismo appunto), ma autentica e coinvolgente. Alcune di esse si possono reperire abbastanza facilmente in libreria , ma per una ragione che non c’entra con l’arte, o, almeno, c’entra solo indirettamente: ella visse apertamente la sua attrazione per l’eros femminile ed è divenuta, pertanto, una delle più note icone della cosiddetta cultura gay. Come se scrivere poesie, belle o brutte, c’entrasse qualche cosa con le preferenze sessuali dell’autore, o meglio, c’entra sì, ma nella misura in cui determinati poeti fanno dell’esperienza erotica il fulcro e il senso della loro opera; come nel caso di Sandro Penna, il quale pure non ne faceva certo mistero. Ma a colui che ama la poesia, puramente e semplicemente, tutto questo non interessa se non in quanto diviene oggetto della poesia stessa e non per un pregiudizio ideologico, di segno positivo o negativo. Si farebbe un grave torto a questa autrice, pertanto, se la lodassimo o la deprezzassimo per il fatto che i suoi versi cantano l’amore lesbico o per il fatto che lei stessa, nella sua breve vita terrena, non ha nascosto affatto tale aspetto del suo modo di essere. Agendo così, si fa di lei una autrice “di nicchia” e la si spoglia di quella dimensione universale che una parte almeno della sua opera indubbiamente possiede. Sarebbe un po’ come relegare Poe fra i narratori del genere gotico, solo perché ha scritto diverse opere di ambientazione gotica. Poe è stato uno scrittore notevolissimo, e i veri scrittori eccedono sempre la misura del “genere” letterario. Ancora più assurdo e riduttivo sarebbe volerli etichettare in base a una categoria del tutto estranea alla letteratura, ossia quella delle inclinazioni sessuali. In René Vivien, carattere delicato e sensibile, anche se tremendamente “notturno” e pessimista, il gusto della trasgressione coesisteva con l’istinto della fuga, del ripiegamento interiore, del masochismo non tanto inconsapevole e, in ultima analisi, dell’istinto di auto-distruzione. Quest’ultimo è il carattere fondamentale della sua opera poetica e la giusta chiave di lettura per accostarsi ad essa; carattere che ne fa una autrice eminentemente moderna, se è vero che l’inquietudine e la pulsione di morte sono alla radice stessa della modernità. Benché esile e di saluta delicata, Renée Viven era bella; lo attesta, oltre alle fotografie, un notevole ritratto eseguito dal pittore Lévy-Dhurmev. Possedeva un fascino strano, in parte sensuale e in parte delicatamente verginale: riflesso sensibile dell’ambivalenza della sua stessa natura, divisa tra il richiamo ardente dei sensi e una attrazione tutt’altro che di maniera verso il misticismo e la religione,  tanto da convertirsi, alla fine, al cattolicesimo: significativa analogia con Verlaine, altro famoso poeta simbolista e, lui pure, omosessuale; ma che ebbe la sfortuna di appartenere alla generazione precedente, quando la sua condizione non era assolutamente tollerata dalla società, a meno che rimanesse un “vizio nascosto”. Renée scrisse un romanzo, Une femme m’apparut  (il cui titolo è la traduzione in francese del celebre “Donna m’ apparve…” di Dante quando vide Beatrice per la prima volta), e varie raccolte di poesie (Cendres, Etudes, Evocations…), la maggior parte delle quali dedicate a Natalie Clifford Barney (1876-1972), americana residente a Parigi, a sua volta scrittrice e cultrice di Saffo, come la stessa Vivien.
Tutte le poesie dedicate a Natalie furono pubblicate all’inizio con la firma maschile René, ottenendo giudizi favorevoli; grande fu lo scandalo quando “monsieur Vivien” rivelò il suo vero sesso. La relazione tra Renée e Natalie fu tempestosa e si concluse con la separazione. La Vivien, dopo una serie di tradimenti che la struggevano, nonostante nascondesse dietro un atteggiamento allegro la sua evidente propensione all’annullamento e alla morte (Colette scrive di non averla mai vista triste; di lei si ricordano i grandi scoppi di risa), lascia Natalie per Hélène Zuylen de Nyevelt, baronessa Rothschild.

“Roses du soir 
(“Evocations”, 1903)
Des roses sur la mer, des roses dans le soir,
Et toi qui viens de loin, les mains lourdes de roses !
J’aspire ta beauté. Le couchant fait pleuvoir
Ses fines cendres d’or et ses poussières roses…

Des roses sur la mer, des roses dans le soir.

Un songe évocateur tient mes paupières closes.
J’attends, ne sachant trop ce que j’attends en vain,
Devant la mer pareille aux boucliers d’airain,
Et te voici venue en m’apportant des roses…

Ô roses dans le ciel et le soir ! Ô mes roses !

 

(Rose sul mare,rose nella sera/tu che vieni da lontano,le mani cariche di rose!/ Aspiro la tua bellezza. Il tramonto fa piovere le fini ceneri d’oro e le polveri rosa//Rose sul mare, Rose nella sera//Un sogno evocatore tiene le mie palpebre chiuse/ Io attendo, senza ben sapere cosa attendo invano,/ davanti al mare simile a una distesa di scudi di bronzo,/ ed ecco sei qui, giunta a recarmi le rose…//O rose nel cielo e nella sera! O mie rose!)

Parole dolcissime, musicali, dalle quali si coglie un profondo desiderio di abbandono e di assoluto, di vibrante ricerca, di libertà.
Una poesia diversa questa da molte altre sue, nate all’insegna del maledettismo, in perfetto stile Verlaine, intrise di un’ avvelenata tanatologia che sottintende una esperienza della vita sofferta e malata. Poesie talvolta convenzionali, meno autentiche di questa che ho riportato, dolce e sensuale, che parla dell’amore e dell’incontro, come dell’immersione in una nube onirica di fragranza, in cui si annuncia un “Tu” venuto “da lontano” (l’ “amore di terra lontana” della poesia trobadorica, metafora della trascendenza), ricco di doni lievi, da aspirare (“aspiro la tua bellezza”)in quel non luogo che è l’anima sognante, celata alla vista, interna (“Un sogno evocatore tiene chiuse le mie palpebre”).
Lo spirito che si esprime attraverso questi versi mi pare aspirare a ben oltre che all’amplesso e all’unione dei corpi. Mi pare che qui ci sia qualcuno che, incalzato dalla vita spinosa, dalla vita-morte, voglia “mangiare”, gustare l’assoluto prima che sia troppo tardi. Un’ immagine di voluttuoso asservimento all’amore come quello di Beatrice che mangia, benché “dubitosamente” (non senza resistenza e quasi si trattasse di un sacrificio), il cuore di Dante offertole da Amore.
La poesia di Renée Vivien è sì sensuale, talvolta in modo ossessivo e disperato. Ma, nella sua sensualità, il corpo si presenta sempre e comunque in un aspetto duplice di oggetto del desiderio e di limite. Bramato e odiato in quanto esasperante nella sua rotondità (femminile) percepita senza finestre, senza vie di uscita. E, per questo, a volte maltrattato, magari oniricamente. Picchiato, azzannato, segnato di lividi come marchi di infamia (“…sur le cou, pareil à quelche tige morte,/Blêmit la marque verte et sinistre des doigts.”, da Désir).
Insomma la poesia della Vivien mi parla di un’anima che vive con affanno il desiderio, tra attrazione e rabbioso rifiuto, tra Eros e Thanatos. Un’anima affamata fin nella radice: di cosa? Qualcosa che forse si nasconde, come una perla essenziale, nella carne, ma che il corpo, grave e rotondo, copre. Qualcosa come il cuore di Dante, che si fa mangiare, sazia, e non appesantisce. Qualcosa che fa rimanere leggeri, anzi rende leggeri. Un cuore che può essere solo offerto e non si prende, non si ruba, non si possiede. Solo un principio spirituale può donarlo, chiedendo in cambio (per essere mangiato e goduto) un percorso iniziatico (il “dubitosamente”, di chi ancora deve apprendere le vie dell’amore).
Dotata di una propensione un po’ onirica al misticismo, Renée Vivien è poetessa della libertà. Una libertà inseguita anche equivocando e sbagliando, dissipando magari le parti migliori di sé. Ma chi non l’ha mai fatto, chi non ha mai disperato, ha capito ben poco. Vero che certa disperazione spetta solo alle anime grandi.

 

renee vivienne

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