Sugheri e boe

RUBRICA DI LETTURE di Giulia Sottile

 

Quando il linguaggio veicola stereotipi di genere

lo studio di Alice Paola Ricciardi attraverso la Letteratura inglese di XVIII e XIX secolo

 

sorelle Bronte

 

«As shown from anthropology, dialectology, sociolinguistics and social psychology, the language of women and men is not the same. In conversation as well in written communication and literary texts, language differs according to the speaker’s gender»[1], scrive Alice Paola Ricciardi, docente di lingue straniere, nella sua prima opera edita, intitolata “Language stereotypes in VIII – and XIX – century cross-gender narration” (ed. Prova d’Autore).

Scaturito dagli studi universitari, nato come lavoro di tesi di laurea e interamente scritto in inglese, il saggio di Ricciardi si inserisce in un panorama di ricerche internazionali su un tema che non smette di tenere accesi i dibattiti anche scientifici. Scevra dal voler militare in fazioni politiche o dal voler fronteggiare la contemporaneità senza specchio di Perseo, lo fa immergendosi, con spirito investigativo e atteggiamento imparziale, nell’analisi linguistica di alcuni classici della letteratura inglese del XVIII e del XIX secolo; classici caratterizzati da “cross-gender narration”, ovvero dall’assunzione da parte del romanziere di una prospettiva appartenente al sesso opposto così da avere autori che adottino la prima persona al femminile e autrici che si servano di un narratore alla prima persona maschile. Il progetto di mettere in luce, pur nella sua parzialità – data la scelta di collocazione storico-geografica – gli stereotipi di genere veicolati dalla lingua, da ambo le parti, appare affascinante e condotto con competenza e anche con un certo successo in termini di esaustività ed efficacia.

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Così l’Autrice parte alle volte degli “universali sociolinguistici” femminili e maschili contenuti nella narrativa presa in esame, nell’ottica che, non solo il linguaggio veicola i suddetti stereotipi, ma contribuisce anche a crearli e a mantenerli in vita, influendo – ma questa è materia della psicologia – sulla costruzione della stessa identità di genere. Anche questo può il linguaggio, nella cornice del suo sistema culturale e sociale di riferimento e parallelamente ad altri fattori, seguendo una catena cultura/società-linguaggio-identità. Restando su un piano prettamente linguistico, quello adottato dalla Ricciardi, è della linguista D. Tannen l’idea che uomini e donne parlano in modo diverso a causa dell’appartenenza a sotto-culture diverse. «From the time they are born, boys and girls grow up in different worlds, they have different experiences, they are treated differently, and talk differently, with the result of a cross-cultural communication[2]», scrive Ricciardi.

Cultura e società influiscono profondamente sulla ricchezza di vocaboli e sulla complessità sintattica delle persone che fanno parte di quel sistema di riferimento, con riverbero sulla percezione di cosa significhi essere donna o uomo: il genere. Da non confondere col sesso, che è biologicamente determinato (salvo casi particolari), il genere è il prodotto della combinazione tra elementi di natura diversa: cromosomica, anatomica, ormonale, psicologica e culturale. Intervistato da Chip Brown per “National Geographic”, il prof. Michael Kimmel, sociologo, sostiene che «L’essere uomo non è la manifestazione di qualcosa di innato (…) Non emerge alla coscienza dalla nostra costituzione biologica, è il frutto della nostra cultura. In realtà la ricerca di una definizione eterna e trascendente dell’essere uomo è di per sé un fenomeno sociologico, noi abbiamo la tendenza a cercare ciò che eterno (…) quando le vecchie definizioni non funzionano più e le nuove non si sono ancora affermate»[3]. Se gli elementi biologici ci orientano verso una direzione, non saranno però loro a pre-impostare percorso e tappe, a dirci chi siamo.

L’identità di genere (che non è semplicisticamente l’inquadramento dicotomico – o bipolare – all’interno di una delle due polarizzazioni maschile-femminile), oltre che dalla biologia, dai modelli comportamentali e da molteplici dinamiche sociali, è filtrata dal linguaggio e orientata dagli stereotipi in esso contenuti. Breve parentesi va aperta, ai fini di poter meglio comprendere come il linguaggio opera, anche su cosa s’intende per stereotipo. Dal greco stereòs (rigido) týpos (impronta), originariamente usato come sinonimo di cliché in ambito tipografico, trapelò nelle scienze sociali attraverso le ricerche di W. Lippmann (che criticava fortemente il modello freudiano basato sul controllo pulsionale a fronte del principio di realtà), ed è da intendersi oggi come l’insieme delle immagini mentali che ci permettono di avere un rapporto cognitivo con la realtà esterna, altrimenti scorciatoie cognitive studiate per fronteggiare la complessità che ci circonda. Semplificazioni, costruzioni socialmente mediate che ci aiutano a conoscere qualcosa prima ancora di sperimentarlo, al fine di poter mettere in atto quanto prima e quanto meglio uno schema comportamentale adattivo, che possa prevedere, interpretare, pianificare, organizzare il significato, preservare l’assetto del sistema psicosociale che le ha generate e mantenere l’identità del gruppo in cui agiamo e di cui facciamo parte. Come si formano gli stereotipi di genere non è oggetto di questa trattazione. Va detto però, come tra l’altro emerge chiaramente anche dallo studio di Alice Paola Ricciardi, che la socializzazione indirizza verso una rigida dicotomizzazione delle categorie e dei relativi schemi di genere (strutture cognitive contenenti conoscenze, atteggiamenti, credenze, sentimenti reputati prototipici di quella categoria)[4]. Della socializzazione suddetto, il linguaggio è un mezzo.

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Ricciardi, da linguista quale è, compie la sua analisi, nel ritaglio temporospaziale scelto, servendosi delle linee tracciate dai predecessori (Jespersen, Lakoff, Tannen, Holmes, tra i principali) e applicandole in sei romanzi inglesi: tre scritti da uomini con narratore al femminile (“male” cross-gender narration) – “Mall Flanders” di Daniel Defoe; “Pamela” di Samuel Richardson; “Black House” di Charles Dickens – e tre scritti da donne con narratore al maschile (“female” cross-gender narration) – “Frankenstein” di Mary Shelley; “Wuthering Heights” di Emily Brontë; “The Professor” di Charlotte Brontë.

Nelle sue premesse, ci dice che Jespersen individua sei aspetti fondamentali in cui il comportamento linguistico delle donne differiva, e in diversi casi ancora differisce, da quello maschile: 1) l’alfabetismo (legato al diverso accesso all’istruzione); 2) l’uso di parolacce e tabù (le donne si comportano in modo tendenzialmente più cortese ed elegante rispetto agli uomini, tanto che nella lingua inglese, ma anche in altre, la parola “lady” è usata come sinonimo di “polite”; a fronte della competitività, della razionalità e dell’assertività che caratterizzano la comunicazione maschile); 3) l’intonazione (determinata in gran parte dall’anatomia dopo la pubertà, come carattere sessuale secondario, ma in parte anche dalla cultura che vuole socialmente desiderabile una voce femminile che sia “soft, gentle and low”; 4) la verbosità (inversamente proporzionale alla capacità di pensare a ciò che si dice prima di dirlo, al rispetto delle turnazioni nella conversazione e all’evitare sovrapposizioni; in particolare pare che una virtù femminile sia il silenzio); 5) la grammatica (che vede nell’uso maschile delle parole e degli elementi sintattici uno stile razionale, mentre nelle donne emozionale); 6) il vocabolario (innovativo negli uomini, conservativo ed estremamente limitato nelle donne, con prevalenza di aggettivi emozionali accompagnati dal rafforzativo “so” e ricorrenza di “prestige standard forms” a rimarcare lo status sociale di appartenenza nell’ottica che un uomo possa essere definito per quello che fa, una donna per la categoria a cui appartiene).

Lakoff, ci dice ancora l’Autrice, in aggiunta alle caratteristiche già individuate da Jespersen, trova nella comunicazione femminile elementi denotanti insicurezza, debolezza, evasività, esagerazioni ed eufemismi, raffinatezza, tentennamento (salvo poi leggere questi ultimi come facilitatori relazionali), ricchezza di aggettivi con significato affettivo, ricorrenza di tematiche legate alla sfera domestica, maggior varietà nella tavolozza cromatica.

Sino a Holmes, padre degli “universali sociolinguistici”, analizzati attraverso quattro dimensioni: 1) la funzione (che nelle donne sarebbe affettiva, tanto che si parla di “rapport talk”, volto alle relazioni interpersonali e all’espressione di emozioni e sensazioni; e negli uomini referenziale, tanto che si parla di “report talk”, volto alla soluzione dei problemi e al controllo della situazione: questa differenza passerebbe attraverso “marcatori” lessicali che nelle donne sono il frequente uso dei pronomi personali e negli uomini di pronomi determinativi e aggettivi quantificativi); 2) la solidarietà (che nelle donne si esprime in uno stile cooperativo volto a ridurre la distanza con l’interlocutore, che, se nel linguaggio orale si serve di particelle facilitatrici, nella forma scritta ricorre a espedienti pragmatici; a fronte di uno stile maschile di tipo competitivo che più spesso ricorre a interruzione del turno e sovrapposizioni); 3) il potere (che si esplica differentemente in uomini e donne a seconda della sfera di pertinenza: tradizionalmente, l’uomo predominerebbe in un contesto pubblico e formale, con l’obiettivo di raggiungere un obiettivo e controllare la situazione, attraverso un comportamento orientato all’azione e allo status; la donna predominerebbe in un contesto privato, intimo e informale, con l’obiettivo di mantenere e incrementare la solidarietà, attraverso un comportamento empatico, valorizzante i sentimenti); 4) lo status (maggiormente rimarcato dal lessico femminile in virtù della meno sicura posizione sociale della donna).

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«A male period is often like a set of Chinese boxes, one within another, while a feminine period is like a set of pearls joined together on a string of ands and similar words[5]», sono le parole di Jespersen attraverso la penna di Ricciardi, che va a rintracciare le caratteristiche sopra esposte nei sei romanzi scelti. Lo stile paratattico, in particolare, lo troviamo un po’ ovunque sulla bocca dei personaggi femminili, in particolare in quelli di Richardson, Shelley e C. Brontë, apportando a giustificazione di questa differenza l’assunto che la donna si servirebbe quasi esclusivamente di coordinate per via di una sua strutturale mancanza di connessioni logiche tra le idee, a dispetto di una ricchezza di contenuti (che si ricollega alla proverbiale verbosità: “many women, many words”). L’uso di frasi più lunghe e la frequenza di subordinate, insieme al lessico ricco e forbito, nello stile comunicativo maschile sancirebbe una dinamica di potere di tipo asimmetrico, con netta predominanza dell’uomo sull’interlocutrice. Certo, è indicativo (e richiamante fattori storico-sociali) che non solo la Creatura di “Frankenstein” sia soggetta a evoluzione linguistica progressiva attraverso l’apprendimento – passando dall’uso di perifrasi per denominare gli oggetti a una ricchezza di vocabolario notevole che avrebbe dovuto renderla accettabile all’occhio sociale – ma anche la Pamela di Richardson passa da una condizione di povertà e rusticità lessicale al suo opposto, attraverso l’educazione: ancora una volta l’apprendimento. Ma nel contesto in cui agisce poteva sperare al massimo di compensare, insieme all’autorità morale simboleggiata, la mancanza di potere pubblico. Certo, le dinamiche di potere nella coppia uomo-donna sono regolate anche da altri fattori, a partire dalla posizione sociale che sembrerebbe, almeno nei romanzi, contare più della personalità di chi parla. Così è in “Moll Flanders”, “Pamela”, “Black House”, “The Professor”, dove la donna sottolinea sempre la sua appartenenza a un gruppo differente rispetto all’interlocutore attraverso le “standard forms”, un tono remissivo, accondiscendente anche dinnanzi agli errori o ai torti dell’uomo di turno, forme eufemistiche o iperboliche. Senza contare la frequenza di interruzioni (presenti, oltre che nelle quattro opere suddette, anche in “Wuthering Hights”), sempre ad opera dell’uomo, a dispetto dello stereotipo della donna che non rispetterebbe le punteggiature del dialogo. L’interruzione, di fatto, sancisse una predominanza. E vi si aggiunge la passività femminile dinnanzi a questo stile comunicativo, a conferma della remissività, dell’incapacità di prendere autonome decisioni e della connaturata dipendenza in quanto fragile ed eterna bambina (tanto che “girls” è usato, anche nella lingua italiana – ragazze – come sinonimo di “adult woman”, e si passa sempre da “ragazze” a “signore anziane”, bypassando l’età matura). E lì dove l’uomo è dipinto con debolezze, come il far uso di espressioni che tradiscano i suoi sentimenti – è il caso di Walton, in “Frankenstein” – ciò va attribuito all’influsso di una donna – nell’esempio portato, l’educazione della sorella. Così nella vita ci sarà da augurarsi «God’s blessing or man’s assistance[6]». E, come volevasi dimostrare, William Crimsworth non sceglierà mademoiselle Reuter, ma la giovane Frances.

La polarizzazione delle identità di genere quale frutto della cristallizzazione dell’immaginario collettivo nell’autorevolezza degli stereotipi passa anche dall’assetto sociale costruito nel tempo e che prevede l’adozione di determinati ruoli, funzionali a determinati obiettivi. Così si porta avanti l’idea che la donna sia più sensibile dell’uomo – e Ricciardi trova nella narrativa esaminata le stesse strutture grammaticali e sintattiche diverse per genere individuate dai linguisti adottati quali punto di riferimento della sua ricerca – e che l’uomo sia più rude, misantropo e si serva di più parolacce; che ci sia una polarizzazione anche dei tipi di donne: da un lato, la maddalena, la “fallen woman” di dubbia reputazione; dall’altro, la madonna, “angelo del focolare”, rispondente ai canoni estetici e personologici dell’ideale vittoriano (proprietà dell’uomo, creatura divina, pura, graziosa, dalla voce dolce e dallo spirito di sacrificio, una santa che si serva di frasi brevi e colme di benevolenza). Sarebbe, inoltre, caratterizzata da una proporzione inversa tra bellezza e intelligenza: tanto più bella quanto più stupida e ignorante, e viceversa, come emerge in modo forte ed efficace in C. Brontë (la donna è insidiosa; dalla bellezza angelica oppure dalle fattezze quasi animali; dalle qualità fisiche e dalle inferiori qualità mentali).

L’ideologia delle sfere separate ricorre negli autori quanto nelle autrici, emergente anche dal lessico che vede quello femminile ricco di vocaboli appartenenti all’ambito domestico ed estetico, mentre quello maschile di vocaboli inerenti all’avventura e alla gloria. Questa dicotomia risulta molto evidente in Charles Dickens, accusato allora di sessismo, e Mary Shelley, che oltre al binomio Walton-sorella (il primo:coraggioso, forte, perseverate, onesto, pieno di propositi; la seconda: di dubbio comprendonio e interessata solo al gossip), dà vita a quello Victor Frankenstein-Elizabeth. Ricciardi va a rintracciare nel testo aggettivi e sostantivi riferiti ai due personaggi dell’opera di Shelley e trova una notevole separazione di domini tra i due generi, a conferma delle teorie sociolinguistiche. Victor è dipinto come il fantomatico vero uomo dev’essere, lo “strong silent type”: cupo, rude, geniale, disciplinato, dedito al lavoro e al dovere, intraprendente, desideroso di apprendere, assetato di conoscenza, uomo di scienza, curioso, ardito. Elizabeth è magra, ha gli occhi azzurri, è amabile, dolce, bella, di buona compagnia, come un giardino di rose, come un angelo dipinto, radiosa, dalla voce delicata e tranquilla, gentile, sensibile. Appare evidente come gli attributi riferiti a lui siano legati a capacità e modi di affrontare la vita, mentre quelli con cui è caratterizzato il personaggio femminile si riferiscano all’estetica e all’apparenza.

Nella caratterizzazione la scrittrice non si discosta dalle rappresentazioni stereotipiche che all’epoca delineavano la realtà sociale, nell’assunzione, da parte della donna, della stessa prospettiva maschile, guardando il mondo dallo stesso paio di lenti, un po’ come ancora oggi fanno persino i bambini, che imparano sin da piccoli, sin da quando hanno chiara la differenza tra maschio e femmina (3 anni circa), cosa significhi essere uomo e cosa donna, mostrando la stessa configurazione di Shelley: il maggior “gradiente di prototipicità” per la categoria “da maschi” l’avrebbero i tratti raggruppati sotto la dicitura “forza e scontro fisico-verbale”; per la categoria “da femmine”, i tratti legati a “cura, protezione e affettività”, senza contare i risultati inerenti alla differenziazione per genere dei giocattoli e delle professioni, con netta prevalenza per le femmine di occupazioni legate alla cura della casa e della propria persona[7]. Quanto influisce il linguaggio?

Da un recente studio, volto all’individuazione degli aggettivi riferiti alle protagonisti femminili dei più famosi cartoni animati della Walt Disney dal 1937 al 2013, emerge che, se nell’”Epoca classica” della Disney (anni ’30-60) la maggior parte delle caratteristiche riferite alla donna erano “complimenti legati all’aspetto” (Biancaneve e i sette nani, Cenerentola, La bella addormentata nel bosco), un buon 60% a fronte di uno scarso 9% di “complimenti legati alle capacità”; si ha assistito a una lenta e progressiva inversione di tendenza con un crescere dei “complimenti legati alle capacità” nel corso del “Rinascimento” (anni ’80-90) (La sirenetta, La bella e la bestia, Aladdin, Pocahontas, Mulan) sino al “Nuovo Millennio” (dal 2009 al 2013, con La principessa e il ranocchio, Rapunzel, Ribelle-The Brave, la più “abile”, e Frozen), con una proporzione inversa per “l’aspetto”[8]. È evidente come il linguaggio sia al contempo termometro degli orientamenti mentali di una società.

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Ciò che emerge e affascina dell’analisi di Alice Paola Ricciardi, e ciò che lei stessa ci fa notare, è la straordinaria capacità di questi sei romanzieri inglesi di entrare nell’ottica del sesso opposto, ma ancor prima di cogliere le sfumature identitarie e stereotipiche che caratterizzano il tessuto sociale di cui loro stessi fanno parte. Autori e Autrici abbassavano e alzavano il livello stilistico nel passare al narratore dell’altro sesso, ma apportavano un continuo aggiustamento anche nel passaggio da un personaggio all’altro nei dialoghi, mostrando capacità empatiche e, soprattutto, sfatando, in virtù della loro stessa duttilità, i canoni di comportamento verbale rigidamente categorizzati in polarità.

Certo, dalle fiction dagli Autori studiate per fingersi realmente cross-gender viene fuori anche un altro dato, che non smette oggi di imperversare, e cioè che nel tentativo di imitarci l’un l’altro – uomini e donne – finiamo per prenderne gli aspetti peggiori, coerentemente in linea con le rappresentazioni che in noi albergano sull’identità di genere. Così da un lato, le donne si parlano sempre più l’una sopra l’altra come strategia competitiva e gli uomini sono sempre più vanitosi sino al fanatismo; dall’altro, un uomo non può essere considerato effeminato perché è vanitoso né una donna mascolina perché dice parolacce. Ritornano allora le parole di Kimmel, citate più su, sull’esigenza di identità statiche tanto più quanto più è complessa la realtà con cui ci confrontiamo, che risponde senza dubbio a una maggior fluidità.

 

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[1]Trad. it. “Come mostrato da antropologia, dialettologia, sociolinguistica e psicologia sociale, il linguaggio delle donne e degli uomini non è lo stesso. Nella conversazione così come nella conversazione scritta e nei testi letterari, il linguaggio differisce in base al genere di appartenenza di chi parla”.

[2]Trad. it. “Dal momento in cui nascono, ragazzi e ragazze crescono in mondi diversi, fanno esperienze diverse, sono trattati in modo diverso, e parlano diversamente, con il risultato di una comunicazione cross-culturale”.

[3]Brown, C., “Uomini si diventa”, National Geographic, gennaio 2017.

[4]Smith, E.R., Mackie, D.M., 2004, Psicologia sociale. Seconda edizione, Bologna, Zanichelli.

[5]Trad. it. “Un periodo maschile è spesso come un set di scatole cinesi, una dentro l’altra, mentre un periodo femminile è come un set di perle unite insieme su una stringa di “e” e parole simili”.

[6]Trad. it. “La benedizione di Dio o l’assistenza di un uomo”.

[7] Cfr. De Caroli, M.E., Sagone, E., 2009, Un “puzzle” di genere, un “genere” di puzzle. Prospettive teoriche e studi empirici sugli stereotipi in età evolutiva, Roma, Bonanno. Il campione dello studio citato era composto da bambini di ambo i sessi, tra i 6 e i 9 anni, frequentanti un istituto scolastico siciliano.

[8]Nowakowski, K., “La più bella o la più brava?”, National Geographic, gennaio 2017.

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