Si riparano bambole

 

IN QUALCHE MODO

(ed è un attimino più buono)

 

In Italia siamo attualmente allietati di aure culturali, in materia linguistica, che fanno immaginare un confronto virtuale con l’agognata era dell’Acquario. Atmosfera che, a dirla come passa, non può che avere per riferimento gli anni d’oro del rimpianto Pappagallo di Coblenza che inculcava intelligenza.

Noi, per non apparire più sempliciotti di quanto sicuramente siamo, mettiamo avanti le mani con l’informare che questa divagazione non viene stimolata da stupore alcuno. Ci provoca piuttosto (e già! più tosto di quanto non riesca il ricordo del mitico Codice di Coblenza) la curiosità di capire, per quanto approssimativamente, cioè in qualche modo, da quali aure naturali tragga origine il vezzo dell’intercalare piuttosto a sproposito singoli significanti o locuzioni ai nostri discorsi specialmente e piuttosto in pubblico, non solo nel corso di ordinarie conversazioni, quando specialmente siamo impegnati, rivolgendoci a un pubblico presente o mediato da un comune mezzo di comunicazione del genere che è ordinario nei nostri giorni di dibattiti e piuttosto trasmessi “in diretta” dalle emittenti televisive, net work, massmedia che essi siano.

Accorciando con la premessa entriamo in medias res evocando il fatale (micidiale!) attimino degli anni di fine secolo scorso, l’onnivoro diciamo di persistenti resistenze, e fino all’attuale e già ben consolidato in qualche modo locuzione prediletta – è un esempio come un altro – da un intellettuale del calibro radiotelevisivo del dottor Freccero, che in qualche modo non avrebbe tanta necessità di fornire riprese ai suoi interventi seguiti dagli utenti del piccolo schermo domestico. E va bene. Anche se fino a un certo punto, infatti non è che qui si voglia appulcrare sul diritto di ciascuno a un proprio stile d’eloquio o di eloquire, ci mancherebbe! Che, anzi, può già essere in qualche modo una segreta soddisfazione il poter vantare con o verso se stessi l’avere creato – o confermato – in qualche modo, appunto, una moda, un leit-motiv epocale, per dire contingente e piuttosto un predicato storico nazionale di sana applicazione del capitolo intitolato a Pappagallo di Coblenza nella seconda parte de “Il codice di Coblenza”.

I più anziani ricordiamo che Luca Goldoni ha infiorato la propria carriera di scrittore di successo, a metà del Secondo Novecento, occupandosi con apprezzata saggezza e ironia del fenomeno dell’intercalare a lingua libera nonsense al fluire dei discorsi, anche i più intenzionalmente seri. Il suo libro Cioè ha, quella volta, fotografato un’epoca, dato colore a una lunga stagione in cui l’innocua congiunzione esplicativa era il carburante per il cambio di marcia di un congegno anoetico-statico, che, però, dava al discorso, appunto, una magica ripresa come nelle auto un cambio di marcia, un cioè che a norma della lectio del Pappagallo di Coblenza, tutto significava fuorché ciò è.

Ovviamente il micidiale attimino di venti anni dopo, aveva (e ancora ha col suo perverso spesseggiare anche dalla bocca di chi non si direbbe persona da attimino, appunto) altre sue funzioni sulla bocca e nelle intenzioni di chi ne faceva largo uso, ma si deve riconoscere che qualche significato lo conteneva, anche quando l’interlocutore infervorato si sbracciava ad assicurare che era tutto un attimino più bello o un attimino più romantico, etc. Ed era anche il momento del diciamo a franate di conseguenze semantico-retoriche che, come detto prima, illudevano di forti riprese, anche qualificanti il discorso di turno. Naturale evoluzione il voglio dire preferito all’uso condizionale del vorrei dire che spesso veniva in soccorso di proposte per confronti, di paragoni senza l’altro piatto della bilancia, il ricorso a una parola come tipo, un colpo di “tipo” buttato nel bel mezzo della conversazione, ora con apparente uso di aggettivo ora di sostantivo, ma indubbiamente di forte effetto Coblenza, dovendo intanto fungere da puntello nobile al fluente dire-senza-dire, tipo quando piove e uno si ripara esorcizzando con maledizioni le nuvole gravide di pioggia molesta sui pappagalli ai trespoli in cortile. Consolazioni che fungono di complementarità al momento di capire come l’attualissimo in qualche modo, male che vada, qualche significato lo vernicia addosso alla logica di chi segue l’oratore impegnato in qualche modo a esibire la propria personalità, diciamo, d’alto bordo, senza però farvi mancare un sacrosanto piuttosto sotto forma d’accidente in chiave, o chiavica d’alto effetto semantico-fonico (ma scherziamo?) che sia segno catalizzatore di ilarità a freddo (o a caldo per via della preferenza d’una temperatura confortevole, balneare nella sua accezione piuttosto qualificante, anziché no) un piuttosto che ha il suo lato-aspetto tosto piuttosto d’un toast prima d’un campari-soda in tempi come gli attuali piuttosto che pregressi tipo quando parlo non mi parlo addosso ma piuttosto faccio, in qualche modo, del mio meglio per apparire un attimino superiore, diciamo, a chi ha parlato prima, voglio dire a chi piuttosto parlerà in qualche modo dopo.

Una stretta parentela l’argomento qui accennato la va stabilendo con l’uso d’alto bordo di più buono a scanso e rimozione di migliore, voce odiata che è stata mandata in pensione forse perché molto va passando, grazie alla mania del non pecoreccio, all’archivio delle parole che hanno fatto la loro storia e anch’esse è giusto abbiano il diritto di godersi la pensione in un’atmosfera di rottamazione generale. E anche questo ha un suo fascino ovile, noi per primi lo riconosciamo.

 

 

 

 

 

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