Sherazad andrà mai in pensione?

L’occasione fu galeotta: il passaggio al digitale (extra)terrestre, che nel mio, e non solo il mio, quartiere si è presto tradotto in tanto e nuovo lavoro per gli inconsapevolmente fortunati antennisti, che hanno instancabilmente lavorato in tutte le case per ricollegare ogni singolo appartamento e i loro occupanti al rutilante mondo televisivo. Tutti gli appartamenti, tranne il nostro (e forse qualche altro); infatti, prima per pigrizia e poi per una sperimentazione non tanto innovativa, è sorta la proposta di “vivere” senza tubo catodico (che tubo catodico tra l’altro non è più, viste le nuove fantasmagoriche tecnologie). Due mesi senza TV. In un paio di mesi ti disintossichi, rivolgi lo sguardo verso altri lidi conoscitivi (mai ignorati, ma comunque sempre contornati da immagini in movimento, almeno fino a questo momento) e poi, lo sfacelo… Ti invitano a cena, a casa di amici, e sei di nuovo lì, col telecomando tra le mani, croce e delizia, a rimirare estasiata luci, colori, suoni, parole… e corpi nudi. Corpi nudi e saettanti ti scorrono davanti e tu, che in realtà hai sempre saputo (e ne hai sempre animatamente dibattuto), prendi piena coscienza dell’overdose di braccia, gambe, volti (e altre parti anatomiche solitamente coperte, a volte poco, nella vita reale) a cui sei andato incontro in tutti questi anni. Overdose di corpi. Corpi femminili a onor di cronaca. E consequenzialmente nella tua mente si pone il dilemma di come si sia potuti, in mille anni di storia (che sembreranno tanti, ma non troppi in verità), passare dalla sublimazione della donna, incorporea creatura al centro del lirismo trobadorico (rinchiusa comunque in una gabbia, femmina incensata e indorata, ma pur sempre in cattività), a questa finta uguaglianza, in cui, nel tentativo di accaparrarsi un ruolo, che spesso le compete di diritto e per preparazione, è necessario scimmiottare comportamenti apparentemente ugualitari ma parimenti discriminatori, come se le migliaia di disquisizioni teoriche sul ruolo della donna non si siano mai svolte, come se anni di lotte femministe non siano mai stati affrontati, saltati a piè pari dall’alto di un tacco dodici docilmente ancheggiante sulla scalinata della rapida (e fasulla) affermazione sociale. Cosa c’è di tanto diverso fra la prigione (carica di ampollosi  stucchi, ma pur sempre galera della mente) imposta dalla mercificazione del corpo femminile e la negazione di quello stesso corpo celato, nel mondo islamico, dietro pesanti infrastrutture tessili? In realtà nessuna. Dietro apparenze diverse si cela una schiavitù identica, poiché la donna al giorno d’oggi è convinta di essere libera e di autodeterminarsi, ma è ancora una volta schiava del ruolo che degli uomini le hanno assegnato. Questa finta uguaglianza porta a una nuova sudditanza, più subdola e difficile da scardinare, perché non avvertita come tale ma creduta una libera scelta. Cresciute a pane e incertezze, convinte che per affermare noi stesse, dobbiamo impersonare una, cento, mille perdendo l’identità innata e trasmutandoci in surrogati posticci. L’auto-affermazione e la consapevolezza della propria individualità non può essere ricondotta all’immagine costruita attraverso lo sguardo di un altro. Sherazad, espressione dell’astuzia femminile, ma soprattutto della poliedricità necessaria alla femmina per sopravvivere, andrà mai in pensione? Ahinoi! Esistono  donne, e sono tante (basta accendere la TV, passeggiare per le strade, infiltrarsi nelle comitive adolescenziali dove la fa da padrone lo scimmiottamento dei comportamenti inculcati dal modello imperante, nonostante la traccia genitoriale spesso se ne discosti), che inconsapevolmente cercano ancora il battito delle mani di un uomo che le faccia sentire importanti, brave come delle bimbette in tutù che riescono a fare tre piroette di fila, suscitando i commenti entusiastici del padre. Nelle librerie sta spopolando una furba trilogia scritta (si dice in pochissimo tempo, e ci crediamo!) da una altrettanto furba scrittrice inglese, E.L. James, la quale facendo leva sull’innato spirito di crocerossina che (quasi) ogni donna cela nel suo cuoricino, ha condito una travagliata storia d’amore stile Harmony con piccanti amplessi sadomaso (e con i numerosi travagli interiori dei due protagonisti bellissimi e fintissimi), operando così, attraverso dei romanzi “moderni e attuali”, la ripetizione di quei ruoli schematizzati fin dall’antichità dove le parti precostituite si riperpetuano all’infinito. Cosa c’è di moderno in questa apparente trasgressione? Diciamocelo, nulla: il sottotitolo della poderosa trilogia  potrebbe essere “I canoni maschili della sottomissione femminile dall’età della pietra ad oggi”. Nell’unica matrice cromatica tracciata dall’autrice non si riescono a percepire queste tanto acclamate centocinquanta sfumature di tono. Realmente siamo convinte che attraverso il modellamento-annientamento della nostra personalità possiamo conformarci ai desideri maschili? O meglio, vale la pena perdere se stesse a favore del raggiungimento del modello distopico offerto in pasto alle nostre convinzioni (potremmo dire anche il contrario)? O siamo convinte di vivere in un romanzo di Ian Fleming? Mettiamoci il cuore in pace: 007 non verrà a salvarci. Abbandoniamo questo senso di sudditanza che non riusciamo a capire distintamene ma percepiamo e assecondiamo tacitamente. Siamo stanche di sentirci delle ballerinette di fila e sogniamo di diventare l’étoile di qualcuno? Ebbene, rimbocchiamoci le mani e, nonostante due giovani fortunate siano state incoronate primi-corpi (non prime-donne, quello non è richiesto!) del bancone più calpestato di sempre, dimostriamo che i modelli sono altri, e tanti. Il burqa non è solo un telo che ricopre il corpo, può essere anche l’asservimento, la schiavitù autoimposta da modelli dilaganti dove il nudo diventa delegittimazione della persona, afasia di voci ingabbiate. Lo sappiamo, le catene non sono sempre visibili, soprattutto quelle dell’ignoranza.

© S. Dalì, Venere di Milo a cassetti, 1936

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