Saverio -il ciclo degli Svintuliati-

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Richard Gerstl, Uomo che ride, 1908

Gettai immediatamente a terra arco e frecce e corsi più che potei verso la casa. Ma a che serviva ormai correre? Era mattino inoltrato e il sole picchiava forte ed alto, nessuna nuvola. Uno sciame: la gente del quartiere era accorsa, sembrava si assistesse al più grande evento di quartiere mai avuto. Ma a me del quartiere allora non importava, né delle feste, né dei buoni rapporti di vicinato. Ero solo un bambino, che voleva giocare come un matto, incontrare i suoi amichetti. E quando uscii di casa quella mattina, cercavo con lo sguardo un ragazzo speciale, Saverio.
Saverio era di qualche anno più piccolo di me, i capelli biondi, o rossi quando il sole vi proiettava i suoi raggi roventi di Agosto, che aiutati dall’assenza di correnti marine, erano meno indulgenti di quei raggi portati dalla brezza marina. Non possiedo nemmeno il ricordo di un suo pensiero perché non parlava mai. Eppure lo avrà avuto un pensiero o anche più di uno. Qualcosa che gli attraversava la mente, dev’esserci stato. Ma come quelle creature fragili che percepiscono la vastità e la vivono, a differenza di Te, lettore, che hai sempre saputo proteggere i tuoi pensieri per non precipitare, dev’essere stato il suo, un tempo, un linguaggio talmente perfetto, pieno di rivelazioni, ch’egli doveva esserne impazzito. Così se ne stette per sempre in disparte nella vita, alto e ciondolante, e schioccava grasse e fragorose risate, l’unica follia che non ci viene negata, quella di ridere delle sciocchezze , risate che rivolgeva ora a un albero, ora ad una nuvola, o a qualcosa che soltanto lui vedeva. Poi si metteva seduto e ci guardava giocare, incantato dai nostri movimenti sgraziati.
“Ma perché ridi Saverio?” gli domandavano i miei compagni a turno, “ Sì, Saverio, perché?” qualcun altro mormorava in dialetto: “ Talìa cch’è babbu” , e io sentivo dentro di me un impeto di rabbia mista a protezione per quel cardellino canterino tanto solitario. Lui non cantava soltanto, componeva melodie tutte sue. Capìì solo molto più tardi che allora, a dover essere incantato dovevo essere io, nei confronti di quello spirito puro. E oggi me ne rammarico, mi rammarico di quant’ero stupido e superficiale, anche se ero solo un bambino. Avrei dovuto capire, più degli altri. E’ così difficile a volte vincere l’inadeguatezza da giovani.
Puntualmente, durante le nostre giocate, e potrà sembrarLe singolare, ad una certa solita ora si presentava una figura, che per tutti noi e forse per Saverio ancora di più, era un oscuro presago d’inquietudine. Il suo viso era il crinale di una roccia: ruvido ed aspro. Tutta la sua sembianza era una macchia d’inchiostro nel dipinto bucolico pastello. Anacronistica. Di bruttezza inimmaginabile per noi ragazzi, che la Vita la vedevamo splendente. Quella donna in scialle nero che le copriva i capelli. E i riccioli che fuoriuscivano dallo scialle e si distinguevano appena sulla maglia nera. Riccioli corvi, corvi. Come in ritratto di un’ombra di Celan. Tutto ad un tratto, tradendo le silenziose tetre apparenze, la donna urlò in dialetto: “ Savè! Arricampiti intra, ca ti voli to pà”
Povero Saverio, fosse stato per papà, avrebbe potuto trascorrere le giornate intere in libertà. Scese mogio mogio dal muretto antistante la piazzetta in cui giocavamo, sgridato ingiustamente, da quella figura spigolosa che si presentava sempre alla stessa ora, con lo sguardo straniero, rancoroso.
Ma quando essa non faceva irruzione nella sua vita, Saverio ci guardava sempre da lì sopra, appollaiato, senza mai partecipare attivamente. Ad ogni rimprovero, lui si piegava, e si piegava come un giunco sempre più vecchio e stanco. Saverio aveva trovato un gesto consolatorio per la sua pena latente: teneva in tasca una scatola di fiammiferi, e quando la tristezza lo sopraffaceva, lui ne accendeva uno, e lo lanciava in alto, più in alto, e rideva nel vederlo cadere e spegnersi al suolo. Rideva sempre Saverio, agli alberi, al cielo stellato. Poi un altro e un altro ancora.. Noi cercavamo di dirgli che poteva farsi male. Ma non era sufficiente, era nel suo mondo. Capivamo anche che era uno scaccia pensieri per lui, così lo lasciavamo fare.
Un giorno io gli chiesi se voleva partecipare ma lui rise soltanto, stupidamente, e corse via. Però da quel giorno, fui l’unico a cui riportò sempre la palla quando finiva fuori dal campetto. Aveva due occhietti acuti, due mandorle nerissime che di tanto in tanto potevi scorgere, quando non nascondeva il viso timidamente fra le mani.
Finita la partita, andavamo tutti alla rocca e lui tenendosi distante, ci seguiva, e noi ci guardavamo e ci scambiavamo sorrisi complici, sentendolo sbraitare di contentezza. “ Ahhhhhh! Ahhhhhhh! ….” Così faceva, e blaterava parole e suoni che non saprei riprodurre. Ci faceva piacere averlo con noi. Era molto di più che sopportare la sua presenza. Ad un certo punto della giornata, anche i maschietti più smaliziati si chetavano e smettevano di prenderlo in giro, lo rispettavano a loro modo.
Un’estate ci fu una sera bellissima, calmissima. Piena di stelle. Avevo detto a Pino, che insisteva nel volermi con lui qualche minuto in più, che sarei andato a dormire, perché a giudicare dal cielo della sera, la giornata seguente sarebbe stata calda e perfetta per giocare a Sioux e Cheyennes con arco e frecce. E non volevo perdermela. In realtà ero un gran vanitoso, non vedevo l’ora di sfoggiare la mia corona di capo indiano fatta di piume di gallina che mia madre aveva accuratamente intrecciato per me. Trangugiai un boccone e basta, talmente ero eccitato all’idea della battaglia. La cosa che mi apparve subito strana quando misi il naso fuori di casa, fu il non vedere nessuno dei miei amici in piazzetta. Di solito io ero quello in ritardo. E quella mattina tra l’altro, avevo dormito un po’ di più per via degli schiamazzi e vocii, e rumori di passi frettolosi per tutto il quartiere, della notte prima. Faticai ad addormentarmi, un po’ arrabbiato. E per ripicca contro quei fracassoni, decisi che alla faccia loro, avrei dormito.
La mattina dopo quindi, uscii di casa. E come giunto per coincidenza, vidi spuntare Pino. Non aveva più l’aria spensierata con cui mi aveva salutato la sera prima. Mi bastò guardare la sua andatura. Mi pietrificai.
“Saverio ….Saverio…” e presi a correre forte, più forte che potevo, verso la casa al di là della viuzza ripida in salita. I polmoni pompavano aria e sentii il sapore del sangue in bocca. Oltre la confusione e le vedove che piangevano e singhiozzavano, l’ultima scia di un fumo nerissimo…e nient’altro che il silenzio e lo sgomento.
Quanto rapidamente si può mutare in cenere. Quanto intensamente, si può bruciare? In un attimo, lui è vissuto in me, è entrato nella mia vita, l’ha inquinata e ha mosso il nulla. Rimasto avviluppato dalle fiamme, dalle trame delle coperte, dalle lenzuola, il suo sbraitare.
La sua Babele.

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