ALTRO VERSANTE

Mosè condusse il suo popolo sull’altra sponda grazie alla verga (!) divina.

Passati tutti che furono, le acque si ricompattarono. Qualcosa di affine – mutatis mutandis – potrebbe essere accaduto al sima mediterraneo in epoche anteriori ai mostri che si sarebbero appollaiati sugli opposti versanti,  Scilla e Cariddi. E sono andati perse le pezze d’appoggio su chi, delegato dal Cielo, (un Bossi trogloditico?) abbia avuto licenza di separare la terra dei Ciclopi da quella che dal Mediterraneo s’allunga e s’accorpa alla Foresta Nera ai Nibelunghi-lidi e oltre, fino al versante limaccioso e pallido dove fioriscono i tulipani, ancheggiano i fiordi e scarseggia la luce del sole.

      A Mosè una verga, all’ignoto di Siculia qualche macete-cugnatella. C’è sempre convenienza a creare sponde opposte, altri versanti: divide et impera! 

       Fole. Che tali non sono su quell’oinochoe ove “Borea soffia sull’altro versante di Ganimede (sic! N.d. T.) prono versante nettare a Zeus”. Andatelo a commentare, senza l’aiuto d’un analista serio, possibilmente d’altro versante, rispetto a Freud, a Jung. Un Sandor Ferenczi, poniamo, quello di Thalassa, che la butta in effervescente pianura d’onde salate, schiume e niente saliscendi a far versanti di cavalloni.

      Il versante del cartaceo sopravviverà al fuoco inceneritore dell’elettronica? Tra i due versanti a scrimolo i filmini, i supporti elettronici, i robot che sogghignano e non scorreggiano. Vico intuì i ricorsi della storia ma non seppe immaginare i versanti. Il versante dell’eletronica è ai suoi vagiti ma chi vagisce e piange parlerà e riderà. Mistero e Cronaca. Il sublime e l’escremento.

      Se restiamo sul versante dell’escatologia e dell’ausilio etimologico (eschata = cose ultime e logos = discorso) siamo talmente col sublime da poter cogliere, col semplice privare il lemma dalla sua consonante iniziale, altro estremo, altro “ultimo” (versante),  questo non in sublime astrazione che finga ciò che verrà o sarà, ma in materica disponibilità di un prodotto, lo sterco (skor/skatos). Orbene, gioco di parole non ci porterebbe lontano; lasciamo il calembour al dizionario dei francesi e fermiamoci alla curiale solennità greca dell’eschata.

     Apprendisti del riparar bambole saremo subito compresi se, più che tendere alle religioni rivelate, ci volgiamo a dar filo, oggi, nell’era del nucleare, alla sensibilità di aure apocalittiche, d’un avvento da “fine dei tempi”. In altre parole, una escatologia non più religiosa ma talmente laica da farci scambiare l’escatologia per scatologia.

      La presenza salvifica delle bambole in lista d’attesa (deve pur ripararle qualcuno) assolverà l’esito e nobiliterà l’intenzione. Altro versante è infatti il buio che succede alla luce e se luce è verità, buio menzogna, c’è la divertente scappatoia del calambour che suggerisce, nel gioco delle parole buio-bugia, l’associare il tremulo chiarore procurato dalla fiamma d’una candela. Ed ecco la bugia condurci fino alla città algerina di Bougie, dalla qualle i francesi (tornano sempre questi francesi tornano adesso nel latte di Parma, nel Petrolio di Libia mentre per noi resta la conferma del Giusti… “larve d’Italia / mummie dalla matrice / è becchino la bàlia / anzi la levatrice / con noi sciupa il Priore / l’acqua battesimale / e quando si rimuore / ci ruba il funerale (…)” importavano la cera. Ed è già bugia definire il minuscolo piatto fornito da manico con il portacandele al centro.

     La luce /il buio. Umberto Saba ha scritto col verbo all’indicativo: “La notte vede più del giorno”. Ecco un suggerimento utile a chi ripara bambole. Lavorare di notte, al buio, al top una bugia, in qualche angolo.

     La verità è il buio. Cassandra aspettava le ore dell’altro versante, per rivelare la verità. Ma la verità offende. La gente non la vuole sentire. La verità è sempre nel regno del buio, tra le prescrizioni più care all’altro versante.

     Nei Vangeli sono i figli delle tenebre quelli che dimostrano maggior prontezza di riflessi, perché essi, da figli del buio, agiscono alla luce, saltellano e imboniscono sotto il versante del sole. Infatti l’escatologia è rivelazione di quanto è oltre il confine del regno della luce; essa è la rivelazione di quanto anima il buio dell’altro versante, dove è il regno della bugia dalla tremula fiammella e il muto megafono di Cassandra, che offende i timpani degli abitanti giulivi dell’altro versante, quello dove tutto è chiaro fuorché la verità.

 

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 Potrebbe essere, l’altro io, e può far venire in mente la voce dei mistici, potrebbe far breccia l’idea d’altro genere di vita terrena. Mentre un damerino puttaniere penserebbe al prato della vicina. Tutto relativo. Voi immaginate San Paolo sulla via di Damasco, che è in pianura (come la letteratura dei nostri giorni) e tirate fuori dal cilindro la salita del bestemmiatore a confronto con la china del convertito. Come a dire: vedete, costui non farà più danni. L’imprevedibile fattosi prevedibile al punto da spaccare in quattro il banale.

      Un botanico, mio conoscente, spiegava, anni or sono, la flora etnea nella sua drastica diversità da versante a versante: quello est propizio al pistacchio, quello ovest privo, perché il terreno è refrattario, ostile alla vita della medesima pianta. Altro conoscente, il professore Di Glande si puntella al contrappasso dell’Alighieri, e, fino a un certo punto, riesce a convincere. Poi casca con tutto l’asino, perché trascura la cautela cui obbliga ogni discesa, infatti dimentica l’ovvio dell’altro versante che, intanto c’è in quanto discesa, in quanto naturalmente opposto al precedente, che era stato in salita.

     Superato lo spartiacque, bisogna controllare l’istinto dell’asino a fare scialo della pendenza, in discesa. Tanti su’ i cchianati e tanti su’ i calati, si spreca a ricordare il proverbio dei siciliani, stimolando i più immaginifici a una filosofia del post-mortem, in odio a quanti ne hanno viste tante e talmente grevi, in vita, da non voler sentir parlare di turni di rientro.

     Salvo a buttarla sul vegetale o sulla zoologia bassa. Ecco, rinascere verme, (ciascuno di noi ne conosce, chissà quanti!) quindi divenire farfalla, e come tale finire catturata da un bambino sadico, che le strappa le ali. O vegetale come parietaria, che si sporgerà dai muri ad attirare l’attenzione procurando allergia con le sue irritanti effusioni primaverili. Sorte iniqua per le erbe assegnate a nascere sotto i canti, dove le pisciano i cani di passaggio, anche quelli che strattonano i guinzagli attirati dalla cagnetta, che a sua volta strattona dall’altro versante. Il guinzaglio, l’istinto, il confine, l’altro versante.

      Meglio mutare registro e rivolgersi a San Giovanni Della Croce, che l’ha buttata sul complicato d’altro confine. Materia per poeti più che pensatori. Ma quella volta non c’erano gli inquinamenti dei giorni pari da disinquinare con le proibizioni dei giorni dispari (risi e risate dall’altro vesante). Anche le targhe hanno i loro versanti in una civiltà d’inquinamenti il ridicolo è l’altro versante. (San Giovanni Della Croce non beveva alcoolici, ma acqua, come gli asini, che pure sbagliano). L’appiglio alle recenti teorie sui giorni dispari o pari, tra inquinamenti e tributi, riporta alla comunicazione, ai versamenti e al vocabolario, pronto a confortare, tramite la coniugazione del verbo che dà sullo speculo tragico con riferimento al sangue versato e sul danno economico e l’ansia superstiziosa nei casi dell’olio. Ecco perché il governo berlusconi, dopo Fukushima, ha scelto il versante elettorale in salita, in attesa di rifarsi, superato lo scrimolo, con la discesa su quello nucleare.

mariograssoscrittore.it

 

 

Si riparano bambole...
Al confine

 

Un uomo, seduto per terra, guarda le sue gambe diritte, divise in blocchi asimmetrici di pietra verde. Non ricordo se ha un cappello, forse sì, dai tratti inconfondibili Folon. Mia madre ama Folon. Le pareti della nostra casa sono tappezzate di quadri di Folon, di sogni di Folon (e di qualcun altro). Un avenir pour notre passé recita il quadro. Il passato che non è più. Se ne dovrebbe poter parlare. Bisognerebbe poter parlare soltanto dell’impossibile, forzare il linguaggio oltre la realtà.

 

Quando il passato mi disorienta il mio nervo comincia a pulsare.

È scientificamente provato: il caldo il freddo, un grado di sofferenza e il nervo vive. Si contrae, spasima, si accende e inchioda microspilli, microdolori cosmici come artigli, appesi al lato sinistro della testa. Quatta sembianza che si muove nel labirinto dell’indicibile. Solo in quel momento mi sembra di intuire il significato della parola calvario: con la schiena bagnata di freddo, un senso di nausea dappertutto e il desiderio assol(u)to di non esserci, non essere corpo cuore pulsante, separarmi. Una mano che schiacci un chiodo (definitivo) nella mia tempia, contro i miei peccati sì - contro il male che faccio e che ho fatto e torna divorandomi di dolore senza nessuna pietà saprei veramente chiedere - scusa, col pensiero che l’eutanasia sia legittima.

 

Il nome comune di questa emicrania è malattia del suicida. Pare che spingesse al suicidio per porre rimedio al dolore. Sfilano immagini dantesche ogni volta che comincia: gente si lancia in massa in un burrone, nella bocca di un cratere ardente, chi si infilza un cacciavite in gola, chi si frantuma il cranio contro una roccia irta e soleggiata. Guy Debord, il situazionista, lettrista, psicogeografo, dell’essere oramai come apparire nella (sua) società dello spettacolo, si è suicidato nel 1998 contro una polinevrite. Contro il dolore verso cui ogni teoria o ateoria sembra smettere di avere un senso. La teoria per essere contro se stessa e, quindi, una buona teoria che testa la sua forza di resistenza, dovrebbe soffrire di un dolore simile. E tentare di non soccombere alle piaghe.

 

Se potessi allungarmi, funambolizzarmi sull’infiammazione (se il nervo accovacciato si tendesse palpitando nella sua forza) e passassi, senza precipitare nell’abisso che separa un blocco dall’altro, tra le gambe dell’uomo seduto nel quadro. Il passato è così: blocchi, separazioni. A volte, forse la maggior parte, pettegolezzi (o legamenti che dir si voglia) oscuri.

 

Un mio amico attore mi ha chiesto di scrivere per lui una sceneggiatura. Sua moglie fa cappelli strani e bellissimi così ho immaginato che ne stesse facendo uno per un fantasma che soffre di mal di testa. Il mio amico attore mi ha (ri)chiesto, dopo aver letto le prime pagine, di far sì che il fantasma fosse anche un attore. Gli attori non fanno che imitarsi: l’unica fortuna, se sono bravi, è che più si imitano più diventano, come Carmelo Bene, fantasmi di una voce - si svuotano entrando in inferni spaesati (e potrebbero anche recitare, magari amandola o facendola amare, una poesia di Giovanni Pascoli). Per il quale, come per Saba, nutro profondi sospetti e provo un po’ di vergogna. Degli attori, però, ammiro il coraggio, lo spostamento, la fede cieca con cui possono trasformare la voce in un’apparizione.

 

La prima volta che ci siamo incontrati, io e il mio professore di sceneggiatura, abbiamo discusso delle idee che avrei potuto sviluppare durante il corso. Tra quelle che lui ha bocciato ce n’era una su un bambino killer che raccontava in prima persona come avrebbe ucciso sua madre. Il professore di sceneggiatura ha obiettato che non avrei recuperato abbastanza materiale per sviluppare l’idea, l’idea non basta e di casi del genere se ne sentono pochi. Ha lasciato che io lavorassi sull’adattamento di un romanzo. Alla seconda lezione del corso il professore di sceneggiatura ha declamato alla classe il nuovo soggetto a cui stava incessantemente lavorando: un padre e un figlio di 7 anni, in una spiaggia in Sicilia, non si sa chi dei due, né per quale ragione, deve uccidere l’altro. Lì per lì la storia mi era sembrata (forse presuntuosamente) familiare, con qualche striatura alla Pinter. Ma quando ci si spinge oltre, la separazione è una proprietà assolta.   

 

A New York, amavo andare in autobus e guardare dal finestrino. Mi sentivo in colpa, mi sembrava di perdere tempo senza riuscire a leggere nulla. La vita dal finestrino di un autobus è più armoniosa, con angoli di luce che si aprono a ogni curva e volti che appaiono in forme di vicinanza anomale rubando alla realtà: la sua ampiezza di confine.

 

Avevo sentito dire e mi è stato poi confermato da una puntata di Report che il premier italiano punta a vivere 120 anni. L’ha confermato anche l’ex sindaco di Catania, Scapagnini, inter nos soprannominato: sciampagnini (per la sua risaputa propensione alle feste di un certo tipo). La giunta (preghiera) Sciampagnini ha indebitato il comune di Catania per milioni e milioni di euro, intascandosi, tra gli altri, i sussidi concessi in stato di calamità naturale quando piovve, per giorni e giorni, pioggia di terra (vulcanica) nera. La mia città smarrita e sepolta (di debiti) tra un Vulcano e il mare vive d’oscurità. I blackout si spargono a macchia d’olio e i magistrati si concedono la libertà temporale della dimenticanza. Ma dico: se il diavolo è così dispendioso (nei furti) perché non rivolgersi all’altro versante?

 

La prima volta che ho veramente recitato avevo 6 anni. La mia maestra di scuola elementare era violenta. Aveva organizzato una colletta tra noi alunni per comperare il ciuccio a un nostro compagno che se l’era fatta addosso. Un giorno mi resi conto di aver ricopiato male, sul quaderno, la tabellina del 7. La mia maestra di scuola elementare odiava la mia calligrafia, sbilenca e irregolare. Per non ricevere un pizzicotto e sentire le sue urla isteriche propagarsi nell’aria (l’isteria è tra le peggiori tentazioni per una donna) finsi di stare male, di avere mal di pancia. Lei mi accompagnò in bagno e io scoprii che per paura si può vomitare: succhi gastrici, certo. Lo stesso giorno la maestra disse a mio padre che sua figlia era un’attrice. Io dissi a mio padre che avevo vomitato. E mio padre le tolse il saluto. Iscrisse mia sorella più piccola in un’altra scuola. Sono sicura che, quel giorno, il destino chiuse dietro di me un sipario. 

 

Una donna non è una donna se non ha detestato (o non è stata detestata) fino alla morte di qualcosa di sé. La potenza del desiderio femminile, in alcuni momenti, sconfina nel più temibile peccato. Per le donne la scorciatoia è un’arte, ed hanno ragione: con le scorciatoie si arriva subito a destinazione - ma il peccato si fa meno originale. Le vere donne originali sono le monache di clausura. E il loro opposto.

 

Basterebbe ricordarsi di tutto, fare e disfare valigie impossibili, chiudere e riaprire cerniere future per saltare da un versante all’altro, da un blocco all’altro. Mi accade ogni volta che rientro a Catania. Non ho ancora capito il quadro di Folon (non quello azzurrino, né il mezzo busto di ballerina mosso da due dita, o il cappello con al centro un occhio, o quei minuscoli occhi rossi, foglie di un albero dai rami azzurri che ti guardano come salvati da un inferno). Troppe volte ho inveito contro l’uomo che non può rialzarsi dal passato. Perché non decide di farla finita?

 

(Maristella Bonomo)