Nuove occasioni. Lucio Falcone e Salvatore Bommarito.

Nuove occasioni

letture e ipotesi di Mario Grasso

 

SALVATORE BOMMARITO MEDICO DI PROFESSIONE MA SEGRETAMENTE NOTAIO E AVVOCATO DEL VOCABOLARIO SICILIANO

Procede su linee di recupero di vocabolario e usanze locali la nuova silloge di poesie in siciliano di Salvatore Bommarito. I più avanti con gli anni che ricordano le mosche d’estate di certe contrade di campagna e non solo di campagna, assegneranno un attestato con medaglia d’oro al merito rievocativo, oltre che alla definitorietà dei significanti come altrettante pennellate e colpi di spatola dei due versi che a pagina 19 di “Cantunera sciroccu” (Pungitopo editore) evocano l’insinuarsi dell’umidoso sciroccale e lo sciame di mosche spinto a uscire attraverso la fessura della porta socchiusa per lasciare al buio il resto della stanza e convogliare verso lo sprazzo di luce che le fastidiose inquiline attirava, orientandole a uscire.

 

“(…) u stissu avissi trasutu d’i ncagghi u sciroccu

nsurtusu a ciusciari a frevi da quarana

appapuliata ‘i muschi …

ca ni misi a cacciarli dâ porta a banidduzza.

 

Bommarito è medico specializzato in reumatologia, ma gli dobbiamo riconoscere una sensibilità di filologo di lungo corso, proprio per la magistrale sua dote di profondo conoscitore e frequentatore assiduo della lingua delle madri che tale conoscenza mette a frutto lungo le belle novanta e passa pagine di scrittura creativa nel dialetto proprio della sua contrada, esitate sotto il titolo di Cantunera sciroccu (edizioni Pungitopo). Dialetto, questo scritto da Bommarito, che ha tutti i privilegi adatti a superare le lievi barriere delle varianti locali che costituiscono la presenza delle parlate dialettali siciliane, diversità di voci per indicare lo stesso soggetto. Barriere labili, mi sento di poter dire in forza di esperienze personali non proprio sporadiche. C’è infatti una costante nella parlata dei siciliani, quella della concretezza dei riferimenti. Ne esaltiamo esempi a pieno titolo di modelli tra i versi di questo Cantunera sciroccu. E sono tali da costituire uno dei punti di forza della poesia di Bommarito. Si prenda a sottoporre a interpretazione completa la “appapuliata” del verso citato prima e si vada alla sua composizione e figuralità, che deriva da papula, cioè piccolo gonfiore in un punto della pelle, quindi si passi a immaginare un abraccio o il viso o qualsiasi altra parte del corpo o sia pure un altro qiualsisi oggetto inerte, su cui siano posate mosche. Ed ecco appapuliata.

Ma Bommarito non è solo mago dell’efficacia semantica al momento di innestare significanti a significanti, la sua bravura spicca anche nei momenti di rappresentare con le parole di una favoletta tutta sua la vicenda di una barca, di uno di quegli strumenti di lavoro e di vita dei pescatori e della gente di mare si legga a pag. 44” Mancu na sfilazzedda” e si valuti la tensione di canto e di metafora, di reticenza e di volontà di far capire che veste di creatività letteraria esemplare il momento di una rievocazione inesprimibile che solo la poesia ha la forza per proporre e lasciare intendere.

2 – Mi viene da ricordare di Buttitta il lamento per le parole quando non figliano più parole. Un epicedio che il poeta di Bagheria raccontava sulle piazze e anche in qualche occasione televisiva a udienza nazionale. Ebbene? Non sto evocando il caro ricordo di Ignazio per dire che Bommarito faccia il verso a qualche occasione di alcuno. Bommarito è tale e quale la sua entità anche pensante, oltre che di testimone di prima mano. Mi è sovvenuto di Buttitta per mettere sull’altro piatto della bilancia dell’ammirazione “Li paroli ca ‘un mi làssanu” sull’altro piatto ma con la premessa che si tratta d’una occasione creativa ossimora a quella di Buttitta. Una folata di immagini che prendono mosse dalla madre, per presentarci lo stesso poeta adolescente che munito di un paniere va raccogliendo le parole povere le quali tiravano fuori le unghie per non smarrirsi tra la folla. £(—) arrigugghennu paroli ppuredi / ca niscianu l’unghia p’un persi nta fudda (…)..

Salvatore Bommarito

3 – Salvatore Bommarito come notaio e avvocato del vocabolario siciliano, in una lingua che non so più dire, avrebbe ripetuto Stefano D’arrigo. Una occasione per invitare il parlamento di Sala d’Ercole alla pietra della vergogna per non avere saputo creare uno straccio di punto di riferimento che fungesse d’archivio storico per il vocabolario del genere che Bommarito ragazzetto andava recuperando e mettendo nel paniere dei suoi ricordi. Eppure non occorrevano spese straordinarie, sarebbero stati sufficienti due tre custodi competenti, seri capaci di amore verso un bene che per la sua gran parte è già perduto pressoché irrecuperabilmente. Né i poeti e i cultori del siciliano hanno poteri magici oltre quello di lasciare le loro testimonianze. Estremo bene di una realtà che è destinata a sparire e non perché c’è in agguato un lupo cattivo ma semplicemente perché è questo il destino delle lingue, non solo dei dialetti. Chi è preposto alle responsabilità di amministrare e governare deve pensare anche a certi aspetti da predisporre affinché il danno sia limitato a quanto esige l’incontrollabile evolversi della realtà, anche di quella linguistica, appunto e non si estenda a quanto dipende dalla volontà umana, dalla incompetenza, dalla presunzione e dall’indole di chi rivela la propria in qualsiasi posto sia capitato da protagonista e responsabile, solo quando incappa nelle grinfie della Giustizia che lo ha colto nel momento in cui aveva finito di scassinare la cassetta delle elemosine parrocchiali.

 

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L’ESORDIO CELATO DI LUCIO FALCONE E LA COSTA TIRRENICA DEI POETI

C’è nella mia memoria un percorso del territorio siciliano che continua a sollecitarmi curiosità peregrine, cui mi piacerebbe dedicare un più consistente momento di osservazione. Un percorso nel quale sembra trovare ulteriori conferme di sfuggenti significati la mia, più volte espressa, ipotesi sui luoghi siciliani del genio. Ne ho accennato tra i capitoletti di “Occasioni”. E non posso escludere la probabilità di un approfondimento di ricerche. L’idea del “percorso” potrebbe rivelarsi propedeutica, adatta a consolidare quella delle ipotesi annunciate tra le pagine del mio libro citato prima. Mi riferisco a una mappa della striscia di costa tirrenica che da Messina si potrebbe attestare alla contrada palermitana di Acqualadroni, nome che è anche titolo di un libro di racconti pubblicato da Mondandori nella seconda metà del secolo scorso, con una breve nota di Leonardo Sciascia. Direi, uscendo subito dal criptico per rivelare il segreto di Pulcinella della mia osservazione, che il territorio citato prima sembra habitat di autori interessati alle scritture letterarie in genere, e sperimentali in particolare. Dunque autori nati e cresciuti nel litorale che partendo dalla città dello Stretto continua per attraversare da Villafranca Tirrena in poi verso Palermo: Barcellona Pozzo di Gotto, Patti, Sinagra, Capo d’Orlando, Sant’Agata di Militello, e fino a Bagheria, una mappa di luoghi che hanno dato i natali a Jolanda Insana, Andrea Genovese, Stefano Lanuzza, Michele Anzalone, Beniamino Joppolo, Lucio Piccolo, Ugo Reale, Giovanni La Torre, Nino Pino, Enzo Consolo, Ignazio Buttitta, Renato Guttuso. Citando i nomi che per primi vengono in mente per evocare opere letterarie, da “Sciarra amara” della messinese Insana al prima citato Acqualadroni dello scrittore palermitano. La mia insistenza a voler privilegiare i tentativi di innovazione linguistica viene mortificata dal non potere includere nell’elenco il gigante della sperimentazione linguistica per eccellenza, Stefano D’Arrigo, perché si stacca dalla coerenza toponomastica qui proposta in quanto insistente sul mar Tirreno. Infatti l’autore di Horcynus Orca è nato ad Alì Marina, sulla riviera jonica della stessa provincia messinese. Una eccezione che sarebbe ridicola se non si cogliesse il suo riferimento a una specie di conferma di questo parere che insiste a evidenziare le marinerie dei luoghi natali di certi scrittori. Ricorrenza talmente comune da poter comprometterne la resistenza a confronti se poi, dal mare agrigentino di Pirandello a quello siracusano di Vittorini a quello empedoclino dell’attualità trionfante, Andrea Camilleri, imprendiamo a dilatare il campo d’indagine aggiungendo che la insularità potrebbe elidere questo castello di pretesi percorsi privilegiabili alla luce della frequenza abnorme delle presenze rispetto alle proporzioni del territorio residuo. Osservazione quest’ultima che non resiste al momento di essere messa a confronto con la esclusione che l’ipotesi dimostra dei nomi, poniamo, di Capuana e Verga o da Quasimodo a Leonardo Sciascia, Giuseppe Antonio Borgese, Francesco Lanza, Rosso di San Secondo, Savarese, Martoglio, e tanti altri siciliani nati in luoghi abbastanza distanti dal mare.

2 – Questa complicata premessa per introdurre al libro in edizione Pungitopo e “fuori commercio”, che mi è appena raggiunto a domicilio per posta ordinaria, ma come un messaggio in bottiglia, dalle spiagge tirreniche di Gioiosa Marea. Il messaggio in bottiglia c’è inteso tale come metafora di tutta una realtà amicale tra protagonisti di scene silenziose care alle rispettive indoli umane, ma intanto c’è il messaggio in quanto tale perché estratto dal suo contenitore ed esposto all’aria fin dal suo cartiglio identificatorio che rinvia a Lucio Falcone, messinesemarinotodelquarantanove, vive sulla costa del Golfo di Patti. Nome e luoghi come conferme e stimolo decisivo a proseguire sul filo di quella intuizione più vera che bizzarra sulla poesia come scrittura e la scrittura tutta poesia di una dozzina di Autori nati sulla costa tirrenica tra i territori messinesi e del palermitano. Mi si consentirà di riconoscere subito meriti letterari al “Nuovo arrivato” di Lucio Falcone e di dedicarvi parole di spontanea esaltazione.

Diversi particolari originali propri di questo libro mi hanno sorpreso. Sorpreso obiettivamente e con il secondario condimento emotivo del non avere, prima di questa eccellente prova, sospettato istanze di scritture letterarie nell’amico Lucio. Insomma la lettura dei contenuti e della forma di “La porta del giovedì” (pagg. 88, Pungitopo) mi ha riportato agli entusiasmi d’altre stagioni per le scritture di autori a me cari, e di opere particolarissime a partire da Lallazione di Stefano Lanuzza, (Villafranca Tirrena), La ferita dell’aprile e Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo (Sant’Agata di Militello come Nino Pino); a Bandiere di fili di paglia di Giovanni La Torre,(di Capo d’Orlando, come Reale e il Piccolo dei Canti barocchi e Plumelia, alla Nuvola verde di Beniamino Joppolo (Sinagra), Sciarra amara di Jolanda Insana  e via fino al dialetto e al fonografismo di certa poesia dialettale di Ignazio Buttita da Lu trenu di lu suli a Peddi nova, Io faccio il poeta etc,etc. per dire di tutta la ricca produzione dialettale del poeta di Bagheria.

Una scala di valori e di fortune letterarie per ciascuno dei nomi qui citati ma tutto da valutare in chiave territoriale delle rispettive provenienze. Il caso di Lucio Falcone, infatti, a volerlo segnalare in rapporto ai consensi critici che ha potuto raccogliere non ci darebbe alcuna indicazione degna della originalità e della caratura squisitamente letteraria che propone di là da ogni improbabilità  di testimonianze per un libro così originale (e segnatamente letterario) fin dal titolo, uscito per essere subito celato e negato alla diffusione in libreria, quasi un distintivo da indossare solo dai pochi privilegiati dall’amicizia personale con l’Autore..

3 – “calasti / kalò e bellezza a mangiatenetùtti / calia tra deserto e mare nostro / in questa provincia di universo / xenta absenta / assenzio e dolce assenza / verbo di condannatoammorte / ostia e bikkiere della staffa:

Lucio Falcone

Dà subito all’occhio la rivalutazione della K fin’ora destinata a rappresentare qualche stenta paginetta nei dizionari della lingua italiana, o il fonografismo di alcune voci proprie della parlata siciliana. E va bene questo a prim’occhio e fermi all’apparenza di riempitivi che tali non sono perché tradiscono una voce d’altro idioma classico o allusività in stretta linea descrittiva come per il bicchiere della staffa come saluto, che fa endiadi con l’ostia del commiato di una metaforizzata estrema unzione. Un modo il nostro di commentare senza ricamare sul quanto di altro, di caso in caso insiste a convincere sulla singolarità della ricerca espressiva come ludus che tale è per chi ne intravvede il divertimento, e a questo ferma la propria emozione senza ricorrere a ponderare quanto tale gioco sia un lavoro letterario di prim’ordine, di là dal “fatto” linguistico in sé quando rinvia al mistilinguismo della magistrale contaminazione dialettale e di essa la scuotente carica fono-semantica che si sprigiona dall’esito. Cortocircuiti linguistici ottenuti qualche volta con il semplice quanto geniale operare un incollamento di significanti per ottenere la moltiplicazione dei significati, dare abbrivo a una nuova figura come nel caso della combinazione sfacciatamente ludica quanto effettualmente ricca di storia delle parole e delle stesse locuzioni, se scandite appropriandone l’uso consueto al significato di cui sono portatrici. “ affilaffilu del fine musica / poesia del làvaccispaddiattosòro (…)” dove il fonografismo rende giustizia attraverso le consonati raddoppiate e la cura degli accenti appropriati a una trovata espressiva di forte impatto, appunto, fono-semantico, come prima ripetuto. Una silloge di divertimenti che provocano altrettanto “spasso” al lettore, specialmente se questi ha l’umiltà di intendere che la poesia è anzitutto creatività e il linguaggio è il tutto della poesia. Si rassegni Lucio Falcone il suo nascondersi produce fosforescenze che non possono e non potranno essere oscurate, nemmeno trascurate. A parte tutta la rivalutazione della nostra proposta, invenzione della solita acqua calda, per quanto dà diritto a Lucio Falcone al far parte di una pattuglia che annovera Lucio Piccolo, Enzo Consolo e altre gradi firme nell’albo d’oro della letteratura italiana di autori siciliani.

 

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