Nei luoghi d’una infinita relazione d’amore

La poesia in quanto atto creativo è essenzialmente e intimamente relazione. Non può quindi realizzarsi creazione alcuna in un contesto di isolamento, che non sia cioè intrinsecamente e profondamente di apertura alla relazione, ovvero in un contesto nel quale l’uomo, che è poeta, non dia libero corso alla capacità — che perciò possiamo dire tutta umana —, di entrare liberamente in relazione. La relazione che è fatta di corrispondenze ci parla quindi di legami reciproci stabiliti tra esseri umani e con la realtà in senso lato, per quanto questi possano essere anche distanti o percepiti come tali. Ben altra cosa è la solitudine, specie se ricercata: condizione ideale perché possa crescere e giungere a maturazione l’atto creativo dell’uomo che si riconosce come essere relazionale, appunto.

Il poeta instaura quindi relazioni con la realtà così come questa si manifesta ai suoi occhi, mescolando e amalgamando le proprie competenze di uomo e di poeta. Innanzitutto, allora, c’è da costruire la relazione con se stessi, con specifico riferimento alla propria integrità di persona umana; laddove integrità, in questo senso, vuol dire unità-differenza della persona umana medesima. Mettersi in relazione con la realtà significa cercare corrispondenze, cercare ciò che unisce, in un processo che si svolge per successive approssimazioni e gradi di differenziazione. C’è l’io del poeta in dialogo con un tu; si tratta però di un dialogo incerto, difficile, sempre da rifare, che lascia intendere quanto sia impervia la via che conduce al noi, al riconoscimento pieno e alla piena adesione alla dimensione comunitaria. Al laborioso processo di assimilazione e contestuale unificazione della realtà esterna, che diviene pertanto interna, segue un processo altrettanto laborioso di riconoscimento e differenziazione. Riflettendo su se stesso il poeta riflette in effetti su ciascuno dei propri simili, entrando in relazione con essi, per quanto a distanza più o meno ravvicinata. Riflettendo su se stesso il poeta non può che vedere ciò che le proprie relazioni di vita l’hanno fatto, o anche non l’hanno fatto: relazioni pregresse, attuali, in predicato oppure di là da venire. In quanto essere umano, in quanto costruzione culturale, in quanto sintesi progressiva dell’umanità integrale di cui è portatore.

Scrive significativamente il poeta portoghese Fernando Pessoa: «Di tutto restano tre cose: / la certezza / che stiamo sempre iniziando, / la certezza / che abbiamo bisogno di continuare, / la certezza / che saremo interrotti prima di finire. / Pertanto, dobbiamo fare: / dell’interruzione, / un nuovo cammino, / della caduta, / un passo di danza, / della paura, / una scala, / del sogno / un ponte, / del bisogno, / un incontro» (Di tutto restano tre cose). Se veniamo interrotti è perché qualcuno o qualcosa ci interpella, interrompendo le nostre attività; ed è così che, sia pure nostro malgrado, sperimentiamo una nuova relazione, che possiamo anche rifiutare, accettare in parte e vivere comunque a modo nostro. Occorre quindi volgere a nostro profitto questo costitutivo dato di fatto, istituendo volontarie e palpitanti relazioni. Il poeta, l’artista è sempre alla ricerca, insegue la propria ispirazione nel viaggio, laddove questa lo conduca. Insomma il processo di ristrutturazione dell’identità — in senso psicologico, ma anche esistenziale, morale, estetico — è qualcosa che mai abbandona l’uomo, prescindendo dal fatto che egli ne sia consapevole oppure, no. La relazione non è, quindi, affatto un ostacolo, è anzi l’opportunità che ci consente di riscrivere i limiti della condizione umana, non necessariamente per celebrare un progresso e non necessariamente possiede le sembianze di un avanzamento. Spesso si rimane interdetti, convinti esattamente del contrario: avvertendo che qualcosa manchi, facendo esperienza del vuoto.

Salvo Basso, compianto poeta di Scordia in provincia di Catania, scolpisce con il proprio dialetto questo concetto: «Ma u sonnu / è vita / mi dissa / ddù dutturipinsaturi: / l’omu finche campa / nvacanza nun ci va mmai. / Allura picchì durmemu / picchì n’arripusamu. Forsi / ca a cuccata / nunn’è sempri a cuccata? // Si ma travagghi u stissu / macari si nunnu sai» (A cuccata)[1]. Basso è dubbioso ma sa comunque che l’uomo in vacanza dalla propria condizione di uomo e di poeta non ci va mai, anche quando non ne è del tutto consapevole. Diciamo allora che la relazione è tutt’altro che un accidente, perché la relazione è un processo dinamico che avviene senza soluzione di continuità nell’interiorità negli uomini, sia che sappiano vivere in una condizione di intimità con se stessi oppure non ne siano capaci. Se l’uomo moderno assume le sembianze di un ente privo di qualità: privo di essenza e privo di sostanza, possiamo dire che così stanno le cose proprio perché l’uomo è ciò che la relazione lo fa.

L’uomo è identico agli altri uomini perché è relazione e capace di relazione; l’uomo è diverso da ciascun altro uomo perché la qualità delle relazioni che in ciascuno si realizzano sono diverse da individuo a individuo. A tale proposito il grande poeta tedesco Goethe suggerisce la seguente riflessione: «[…] come ogni uomo vive muovendo dall’interiorità, così l’artista deve agire partendo da questa, poiché, qualunque cosa faccia, egli avrà a che fare sempre e soltanto con la sua individualità».[2] Possedere questa fondamentale attitudine rende l’uomo poeta, ancorché non sia compito di ciascuno darne conto attraverso la scrittura o qualunque altra manifestazione dello spirito. E questa continua ricostruzione della propria identità per l’uomo e dunque per il poeta può avvenire solo in un contesto dinamico nel quale il soggetto della relazione si identifica dinamicamente con se stesso (con quello che le esperienze della sua vita hanno contribuito a realizzare), con i suoi simili, con il mondo, con i suoi fallimenti, diventando uno con essi, salvo poi tornare, sempre dinamicamente a differenziarsene, per realizzare i presupposti di una relazione altra. Forse più intima, forse più vera e più luminosa, forse anche più autentica.

Il poeta argentino Borges esprime l’assoluta necessità per l’uomo di farsi relazione, e lo fa con dei versi straordinari e dalla icastica pregnanza: «Nessuno può scrivere un libro. Perché / un libro esista veramente / ci vogliono l’aurora e il tramonto, / secoli, armi e il mare che unisce e separa. // Così pensò Ariosto, che al piacere / lento si diede, nell’ozio di sentieri / con chiari marmi e neri pini, / di sognare di nuovo cose già sognate» (Ariosto e gli arabi). Un libro nuovo è dunque fatto di sogni di cose già sognate, dal momento che sempre agli occhi degli uomini la bellezza insita nelle cose consuete appare in tutta la sua novità. La bellezza è dono dello Spirito che in sé e per sé è relazione; agli uomini quindi il compito gravoso di appropriarsene e riappropriarsene, in un alterno processo che è fatto di corrispondenze e che si svolge in continua alternanza tra possesso e perdita. E accade così che nell’atto creativo il poeta non elabora visioni unitarie, ma frammentarie visioni d’insieme, come risultato del reiterarsi dell’atto creativo stesso. Creare in questo senso vuol dire fare spazio, mettere continuamente in discussione la natura stessa del proprio relazionarsi con la realtà. Fare uno spazio che non sia di separazione tra sé e l’altro da sé, ma fare spazio dentro di sé, perché creare relazione vuol dire essere una cosa sola con la realtà, che è fatta di persone, che è fatta di oggetti e che è fatta anche di relazioni. Fare spazio vuol dire annullare se stessi per rigenerarsi, per rischiararsi, per specchiarsi in quel frammento di verità che è l’opera d’arte e che nasce proprio dalla necessità di colmare questo stesso vuoto. Il vuoto che nasce dalla relazione e che crea, appunto, altre relazioni, quale che sia la modalità nella quale concretamente si realizza. Nella letteratura, nella pittura, nella musica, non importa: purché si sia sempre pronti a riconoscere l’alterità e al tempo stesso l’unità di questo processo nel quale le relazioni possono variamente intrecciarsi. Per questo motivo l’atto creativo non è estrinseca descrizione di una realtà che è esterna e che non ci appartiene, non è mera didascalia.

L’opera d’arte, la poesia nasce dalla capacità di leggere dentro di sé il senso di ciò che sta fuori, a faccia a faccia, lasciando che nuove e più profonde consapevolezze decantino. Ci si legge dentro e si scrive anche dentro, lasciando che qualche volta le tracce di questo speciale palinsesto siano visibili anche all’esterno. La parte per il tutto, quindi, senza pretesa alcuna di possesso di quell’unica Verità che pure esiste, ma rimane largamente inattingibile all’uomo. Chiunque, cioè, abbia occhi per riconoscere la poesia che c’è in se stesso, compie un percorso personale e allo stesso tempo universale alla ricerca dell’unica Verità. Tutto ciò chiaramente prescinde dal fatto che quel pezzettino di verità cui il poeta perviene, che è, come già accennato, luminosa e frammentaria, venga per così dire “trascritta”, per essere successivamente comunicata.

Certo è che l’atto della “trascrizione” è un momento privilegiato e imprescindibile per il poeta, per l’artista in generale. L’opera d’arte, l’opera che è veramente atto creativo scoppia dentro al poeta, che è tutt’uno con la realtà. L’opera d’arte è appunto il risultato mai definitivo del processo di unione e di distinzione cui il poeta/artista volontariamente si sottopone. L’atto creativo è, allora, senz’altro, il momento privilegiato nel quale il poeta perviene a un pieno riconoscimento di questa verità e le restituisce forma e vita. In questo senso la forma che assume l’atto creativo diviene essenziale, non può essere cioè considerata come qualcosa che semplicemente accompagna l’atto creativo, le sta accanto, le si sovrappone. E l’essenza dell’atto creativo, in ogni suo aspetto, è proprio questa: essere relazione che è vita e che è atto d’amore. Logica, la conseguenza: o l’atto creativo si conserva nella propria autenticità oppure semplicemente non è. Colori, suoni, parole devono assolutamente essere autentici, frutto della laboriosa ricerca di un faticoso equilibrio, e devono essere percepiti come tali. Nell’atto creativo la forma è pertanto sostanza. La forma è perciò il modo in cui quell’intreccio di relazioni che è l’uomo e che è il mondo vengono riconosciuti, da una parte, ed è la modalità espressiva che viene avvertita come più consona per colmare quel vuoto che è insito nella relazione. Il poeta, l’artista ci racconta attraverso le sue opere d’arte, mediante il suo modo particolarissimo di riempire quel vuoto, quel non-essere che è proprio della relazione che egli instaura con la realtà e che lo attraversa e lo segna lungo la linea della propria interiorità.

 

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[1] Ma il sonno / è vita / mi disse / quel dottore pensatore: / l’uomo finché vive / in vacanza non ci va mai. / Allora perché dormiamo / perché ci riposiamo. Forse / che la coricata / non è sempre la coricata? // Sì ma lavori lo stesso / anche se non lo sai. (La traduzione è dello stesso autore)

[2] J. W. Goethe, Scritti sull’arte e sulla letteratura, tr. it. Di P. Necchi e M. Ophälders, Torino 1992, p. 227.

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