L’età leggendaria

 

Incantesimi

 

Paese della mia infanzia. Io ne conoscevo allora maggiormente la parte bassa, dove ero nato e abitavo, e benché non ci fosse discontinuità fra le sue zone, anzi esse sembrassero strettamente intrecciate fra di loro, alcune, specialmente della parte centrale e della parte alta, erano per me poco note, e perciò quasi misteriose.
Quelle case di colore antico, quelle strade con vecchi selciati, quei vicoli che salivano, scendevano, immettevano in angoli a volte impensati, che restavano nascosti finché non capitava di scoprirli con sorpresa, quei vecchi ripostigli di tutta una complessa vita del passato, quelle botteghe di stagnari, fabbri, bottai, spesso buie, piene di segreti come antri di maghi, di fattucchiere intente alla bollitura di bevande magiche, di alchimisti dediti alla ricerca della pietra filosofale, quelle scale e scalette, ringhiere, finestre inferriate, quei balconi, terrazze, tetti affastellati, comignoli, componevano la trama quasi labirintica dove accennava continuamente i suoi richiami quell’interno, fondo e onnipresente, che per me s’affacciava, silenzioso, da ogni parte.
Là il paese aveva avuto la sua origine, coi primi abitanti, e s’era svolta in gran parte la sua storia. Là avevano sede, per lo più, le autorità civili e religiose, i notabili, le antiche famiglie.
Parevano risiedervi, anche, vecchi e misteriosi mali, incarnati in alcuni che mi sembravano esseri senza tempo, e i portatori di pena, anche se di per sé del tutto innocenti, di chissà quali antiche colpe di tutta intera una comunità. Qualcosa, infatti, di pauroso e sacro mi sembrava li possedesse e ne facesse degli esseri come in comunicazione col nucleo segreto del tutto. (A quell’età non sapevo trovare una spiegazione a queste cose, che mi colpivano profondamente, assai più di quanto non sembrassero interessare gli adulti, per i quali tutto sembrava scorrere naturale, immesso in pieno nella logica quotidiana dell’esistenza).
C’era, in un vecchio vicolo, come imprigionata in una favola triste, la Ragazza babba. Aveva una faccia lunga, le guance scavate, la bocca come una fessura inerte, su cui pareva ristagnare sempre un’estrema bontà impotente, e un’immemoriale rassegnata tristezza, nonostante il risolino pietoso che continuamente esalava, dove l’assenza della ragione sembrava averne, però, chissà quale lontana nostalgia.
Questo viso si piegava da un lato e si torceva, nel parlare, spasmodicamente. E gli occhi guardavano le cose, il mondo, di sbieco. Occhi assorti in un pensiero indecifrabile. Era come se la cosa da essi pensata si trovasse in un lontano pianeta, che svolgeva nel suo sconosciuto universo chissà quale inimmaginabile vita.
Ma di tanto in tanto quel disarmato riso sembrava venire sradicato dalle sue indefinite lontananze per sboccare incontenibile in questo mondo in un accesso convulso, fra singulti, risucchi della gola, e non si capiva quale fatto, quale novità segreta, che forse le veniva da quel mondo di là, fulminasse la ragazza scuotendola a quel modo in tutto il corpo.
Ma tante volte si vedeva che si trattava di un fatto insignificante, un fatto qualsiasi che accadeva lì per lì, e che a lei sembrava invece chissà come notevole, interessante. Oppure strano, curioso, inconcepibile.
Poi essa si calmava, a poco a poco, quasi per mancanza di forze, e come dimenticando, se mai ne aveva avuto coscienza, il perché di tutto questo. E restava così, immobile, muta, assorta nella sua pace senza tempo, riprendendo insieme il suo consueto, mite, immemoriale sorriso.
Ma se vedeva spuntare da qualche parte qualcuno che le era particolarmente gradito, come la sorella, (che, sposata, abitava con la propria famiglia in un altro punto del paese), la ragazza si animava di colpo, balzava su a braccia levate, come se volesse spiccare il volo, per andare incontro a chissà quale improvviso festoso arrivo, e faceva una piccola corsa gioiosa, agitandosi tutta, gridando, ridendo a quel modo spasmodico, con strilli e risucchi della gola, battendo le mani, come fanno i bambini quando si sentono felici: sgraziato angelo fanciullo e demente.
donneecappelliA vedere poi le due sorelle l’una accanto all’altra, i loro occhi non mancavano di evidenziare le loro somiglianze.
Ma gli uni erano come volti all’interno, sapevano forse solo l’oscurità delle cose, se ne stavano là, nella pace del loro regno remoto, come velati della polvere del tempo, con quel colore celeste-verdino stinto delle nicchie di certe immemoriali sante che si vedevano allora nelle parti alte dei muri esterni di vecchie case di paese o di campagna. Gli altri, invece, partecipavano chiaramente della realtà di questo mondo, si animavano continuamente di viva coscienza, facendo forte presa sulle cose, aggredendole nella lucida consapevolezza del possesso appassionato e tenace.
Qual era stata la causa di quella uguaglianza apparente e della loro reale differenza? Perché e come gli uni appartenevano alla morta inerzia, gli altri alla vita; gli uni alla zona d’ombra, gli altri alla luce, al calore vitale, alla chiara ragione?
Tuttavia c’era fra di essi quella affinità, quel punto di fonda comunione, che aveva le sue radici nella zona segreta della loro comune origine. Appaiati occhi di sorelle, che a volte sembravano contenere chissà quale segreta nostalgia gli uni degli altri.
E c’era un altro essere come incantato in se stesso, in una angusta straducola di un altro quartiere.
Si capiva che era ancora giovane, anche lui, (sebbene avesse la testa completamente pelata), ma non di quale precisa età. D’altra parte il tempo sembrava non avere nulla a che fare con lui, che ne era fuori, o come bloccato in una specie di vena anomala di esso, che non si riusciva a precisare dove avesse avuto origine e dove potesse approdare.
Passando per quella straducola, lo si vedeva sempre affacciato a quella finestrella, dove entrava appena con le spalle. Ed era come se stesse lì da tempo immemorabile, quasi fosse un’unica cosa con essa, e con tutta la casa, tutta la strada, tutta quella parte antica del paese.
Appariva sempre gentile e lievemente sorridente. Aveva sempre qualcosa da dire a chi passava, ma come continuando con voce sommessa e quasi assorta, a quel suo modo smarrito, un ininterrotto discorso con se stesso, perpetuamente oscillante sul crinale del comprensibile e incomprensibile.
In un suo modo misterioso mostrava di riconoscere tutti, di avere una sorta di segreta consapevolezza su tutto quello che li riguardava, a partire dalle generazioni che li avevano preceduti. E tutto e tutti sembrava voler comprendere in quel suo sommesso sorriso, dolcemente, fraternamente, come in un perpetuo atto di concessione e richiesta di partecipazione alla comune umanità.
Ma anche la mia zona era allora per me piena di sortilegi.
Ricordo, fra le altre, quella strada. Essa era come una specie di rettangolare cortile interno, incassato fra le case e un alto muro che lo chiudeva dal lato della campagna. Vi si scendeva per una gradinata sconnessa di pietra, ed era come una specie di rifugio prediletto delle masnade di ragazzini che ci venivano a giocare e ci perdevano le giornate, eludendo la sorveglianza delle madri. Esse infatti consideravano quello come un posto poco raccomandabile, dove i figli imparavano le porcherie, e quindi era da loro proibito con minacce e visi scuri, e formidabili razioni di botte.
Io solo rare volte mi avventuravo in quel luogo, col batticuore, e ci stavo poi, a lungo, con dentro l’oscuro senso dell’illecito e della colpa, con l’attesa segreta d’un castigo. Le cose acquistavano così una profondità straordinaria, rimandavano continuamente a quel segreto che per me stava dietro tutto.
Poi, nella durata dei nostri giochi il tempo sembrava dilatarsi fino a perdere ogni misura, il giorno diventava un’entità dalle dimensioni indefinite, il montare delle ore era come il crescere d’una marea, dentro cui ci perdevamo.
Un grande portone stava al centro di quel muro dal lato della campagna. Era fatto di assi di legno sconnesse, che lasciavano intravedere di là, in alto, lembi di cielo, voli d’uccelli, la finestra senza imposte della soffitta d’un pagliaio con il tetto di nude tegole poggiante su un’intelaiatura di legno sostenuta nel mezzo da una grossa trave, a cui era legata una corda, sempre pendente.
Di là del portone c’era in effetti un ampio cortile rustico col pavimento in terra battuta in mezzo a un grande complesso di stalle e fienili. Riuscivamo, con qualche accorgimento che avevamo escogitato, ad aprire quel portone e a dilagare di là. Così tutto quel posto, e la campagna vicina, diventavano di nostro dominio.
Ore di tutte le stagioni si succedettero e mescolarono, per noi, in quel luogo, a costituire la varia vicenda del tempo.
Certe giornate, la voce millenaria del vento, monotona e insieme cangiante, invadeva ogni cosa con la sua musica triste, come fosse la voce di un’anima in pena. Parlava alla finestra spalancata e muta del pagliaio, a quella corda pendente dalla trave, che si muoveva stancamente, desolata, come percorsa da un segreto rimorso e da un triste ricordo, quasi fosse la corda d’un ignoto impiccato.
Più in là il vento indugiava con una pianta come in una lunga lite risentita, un gioco interminabile di botta e risposta, un prolungato duetto di lamentazioni
O investigava, picchiava a una porta chiusa, implorava, la tentava in tutti i modi, sembrava soffermarsi per lunghi tratti come con la guancia accostata a sentire cosa s’agitasse di là, spiava dalle fessure, voleva a tutti i costi penetrare dentro.
O stava ad ascoltare, tutto il giorno, le lunghe confidenze d’una pianta un po’ in  disparte, solitaria.
Certe giornate di sole smagliante, invece, in cui tutto il paese sembrava riempirsi di vita festosa, e la natura non poter contenere l’irresistibile pienezza interna, il vento pareva rifugiarsi, alla chetichella, nelle pieghe più riposte, in certi angoli, ai piedi d’un muro, in certi margini erbosi.
Allora, il brivido leggero di quelle erbe sembrava la silenziosa parola delle cose. La voce del passato pareva sboccare, impercettibile, e insinuare sommessamente la sua presenza. La voce delle antiche case, della vecchia terra.
Poi, nelle ore come stagnanti in quel confine fra paese e campagna (segnato da un sambuco affacciato su uno strapiombo) avevamo quasi la sensazione che penetrasse in noi l’interno colore scuro della terra, la sua essenza segreta, un intimo sospiro che sembrava emanare nel silenzio (come, certe volte, quei sospiri fondi di chi dorme, immerso nel ventre del buio). Entrava in noi la vita segreta degli alberi, degli insetti, delle pietre, delle porte e delle finestre chiuse, dei gradini davanti a certe case. E quel colore smorto che la piena luce sembra avere a volte nelle ore ferme e illimitate delle inoltrate mattine estive, o nel vecchio cuore dei pomeriggi senza fondo.
Abitava, nella zona, una donna di mezza età chiamata l’Amalfitana (nessuno sapeva quale fosse l’origine di questo nomignolo ereditario, neanche la diretta interessata. Ma se significava, mettiamo, una provenienza da una città lontana, mi chiedevo quale vicenda, in passato, avesse potuto portare in paese da lì la sua famiglia).
marpessa-caltagirone-1987Fantasticavo. Nella mia mente, era come se si fosse creata fra quella città e il paese una scorciatoia segreta, un interno corridoio, ma come scavato in un’onda di sole, in un fascio di luce, e ne permanesse ancora questa fonda relazione, questa parentela segreta che scorciava spazio e tempo, e poteva far scorgere non di rado, come in filigrana, in un’aria di festosa mattinata solare, o nello splendore di certi pomeriggi, quella città, che secerneva qui, a lungo, la sua immagine, i segreti della sua vita giornaliera.
L’Amalfitana aveva un figlio che era sempre in giro per il mondo, mai fermandosi però troppo a lungo in un posto, passando sempre inquieto dall’uno  all’altro. Belgio, Francia, Germania, Svizzera. Un pioniere, in paese, dell’emigrazione al di qua dell’Atlantico, nel secondo dopoguerra, lui solo e per primo, con anticipo rispetto ai tanti che dopo avrebbero imboccato la sua via.
Fra un’assenza e l’altra tornava, per periodi più o meno brevi. Era sempre pieno di novità e di cianfrusaglie portate in regalo ad amici e conoscenti. Si trattava di momenti per lui felici, lo volevano dappertutto, per la simpatia che suscitava, per l’allegria che da lui si sprigionava.
Era piccolo, ma tutto pepe. Perciò lo si vedeva spesso con le comitive che portavano le serenate sotto i balconi e le finestre delle ragazze del paese e dei dintorni.
Aveva così modo di conoscere l’interno di molte case. Tanti infatti accoglievano volentieri quelle compagnie notturne, offrivano loro quello di cui disponevano la maggior parte delle famiglie paesane di allora, vino, frutta secca, biscotti e liquori fatti in casa, dove si mostrava l’abilità delle donne, madri e figlie, nonne o zie che fossero.
Nelle chiacchierate che si intavolavano lui non mancava di far trapelare, magari indirettamente, per cenni, insieme a varie sue esperienze di cose interessanti, di cose curiose e strane, anche tanti episodi di privazioni, sofferenze, solitudini, in cui si era trovato tante volte in quella sua vita girovaga.
Ciononostante, quelle città, quelle stazioni, quelle trattorie, quelle piazze, quelle usanze, quegli uomini, quelle donne di cui parlava, formavano intorno a lui come un alone di vita avventurosa, una perpetua aria di paese straniero, in cui assai bene si inseriva il suo spirito di folletto svelto e vivace, tuttavia venato di sottile malinconia, dove le stazioni e i luoghi di mezza Europa sembravano proiettare un loro intimo barlume.
Non lontano da quella dell’Amalfitana si trovava quell’altra casa che attirava particolarmente la nostra attenzione. La sua parte alta appariva piena di vita, come la strada frequentata su cui si affacciava. La parte bassa, invece, affacciata su un vicolo, appariva sempre deserta e silenziosa.
Aveva un vecchio portone di legno pieno di rughe e di fessure, chiuso da un pesante lucchetto che agganciava due grossi convergenti anelli di ferro infissi, da una parte e dall’altra, alla commessura dei due pesanti battenti.
Giocavamo a lungo davanti a quel portone chiuso. A un lato di esso c’era un ballatoio in muratura, sostenuto da tre bassi e rustici archi incassati nel muro e pieni d’ombra. Sotto uno di questi ci stava sempre un polveroso mazzo di legna, che sembrava essere stato dimenticato lì. Noi ci mettevamo a volte sotto qualcuno degli altri due. Mi chiedo ancora quale fosse l’elemento particolare che mi sembrava abitasse quelle buie stanze intraviste a malapena dalle finestrucole inferriate che c’erano sotto quegli archi: come se si trattasse dell’anticamera di chissà quale segreto mondo.
Gli oggetti – più indovinati che visti – erano come gli elementi d’una vita inimmaginabile: là qualcosa di profondamente diverso mi sembrava si svolgesse, incessantemente, nel segreto. Le tarantole che tessevano i loro velari, in quei continui andirivieni che sembrano perpetuamente costruire la trama della loro stessa oscura esistenza, erano come le depositarie di chissà quali storie e segreti che si erano lì succeduti nel tempo.
IMG_3849C’era, a un lato, una vecchia botte, nel cui ventre avevano dimorato vini che avevano presumibilmente dato conforto, la dimenticanza momentanea di situazioni difficili a tanti individui, avevano costituito il lievito di serate e di feste, alimentato l’allegria di compagnie di amici, reso più fonde invernali notti di raduni, di bravate verbali, di racconti. Eredità a suo modo preziosa questa del vino, dentro le case, capace di far trascendere temporaneamente a poveri e ricchi le tristi necessità, le banalità quotidiane della vita, dare agile trasparenza all’opacità della realtà.
C’erano delle buie cassapanche, dove forse s’era conservato in passato l’oro vecchio del grano. E vecchi stracci, svariati oggetti che costituiscono per così dire le viscere delle case, la loro segreta ricchezza e povertà, le testimonianze varie di gioie e dolori, i cascami delle ore, i lasciti buoni e tristi della vita, le cose intime, su cui si esercita incessantemente il morso dei topi e la fame tormentosa del tempo.
Là in fondo c’era una scala coi gradini di pietra, che saliva fino a una porta chiusa, sotto un arco, anch’esso incassato nel muro.
Quella porta era come un confine, e dietro, l’interno della casa, che essa sembrava voler escludere alla nostra conoscenza, era come un abissale deposito di oggetti e fatti ignoti, di un di là inaccessibile, posto oltre la prevedibilità della comune, quotidiana vita.
Presto, però, ci stancavamo di guardare là dentro, riprendevamo i nostri giochi. D’un tratto, dal fondo della strada, silenzioso, a piedi scalzi, compariva Manazza.
Nel suo lento procedere strascicava una gamba, e la pianta del piede, ispessita e resa insensibile come la gomma d’un copertone, strusciava con un fruscio arido contro il terreno, intanto che ogni passo pareva coinvolgere tutto il fianco, come se l’uomo dovesse sopportare chissà quale peso, o dovesse trattenerlo da una parte, dove pendeva, minacciando continuamente di precipitare, insieme con lui, in qualche ignoto luogo.
Raccontavano che s’era ustionato da bambino nell’incendio della sua casa, mentre i suoi si trovavano in campagna a lavorare. I vicini erano riusciti a salvarlo in tempo; allora, un fatto come questo coinvolgeva tutti, il paese era un corpo unico, nelle sue case e nella sua gente.

 

 

 

(*) È IL PRIMO PARAGRAFO DI UN NUOVO ROMANZO INEDITO DI BONGIOVANNI in esclusiva per i lettori di Lunarionuovo.
(Continua nel prossimo numero di Lunarionuovo)