L’età leggendaria (3)

III puntata
(continua dal numero scorso di Lunarionuovo)

 

 

C’erano serpi striscianti sul terreno, silenziose, subdole, sbucanti da luoghi nascosti, e che in luoghi nascosti tornavano sempre a rifugiarsi, nel loro mondo buio e silenzioso. Sullo sterrato della strada, sulle prode e sui sentieri intorno, si incontrava non di rado la loro spoglia, sfilata da tutta la lunghezza del corpo, leggera e trasparente come acqua rappresa, con disegni nei quali la natura sembrava aver impresso chissà quale suo sogno: ora fra le mani di chi la osservava da vicino, incuriosito da quello strano lavoro di una ragione sconosciuta che sembra agire nelle pieghe di tutte le cose, e non si sa a quale discorso totale miri, intessuto in ogni dove.
Rimuginavo sul momento in cui la bestia, nella sua ora nascosta, procedeva alla svestizione e al mutamento. E chissà se questo era per lei sofferenza, o liberazione. (A seconda di che cosa aveva decretato quell’oscura ragione della natura).
Ai piedi delle alture c’era il Bottesco, un vecchio serbatoio d’acqua da tempo fuori uso. Esso si apriva, ad altezza d’uomo, in una specie di bocca in muratura (come di un forno, o di un camino), da dove in passato si attingeva direttamente, per uomini e bestie. Adesso ne fuorusciva soltanto un esiguo ed avaro getto, che macchiava di umido il muro sottostante, e poteva richiamare alla mente il filo viscido della bava d’un bue.
Se si guardava dentro, era come una galleria senza fondo, in cui non si vedeva altro che buio. Si sentiva soltanto, a intermittenze, come fosse la cadenza lenta del tempo, il tonfo d’una goccia discendente dal cuore della montagna, dopo aver attraversato a lungo le sue profondità.
Se si tentava di entrare, dal buio sboccava fuori all’improvviso, investendoti con furia, come uno sciame di minuscole streghe o demoni malamente destati dal loro sonno, una densa folata di pipistrelli.
Non lontano da lì c’era il Magazzeno, proprietà del Marchese (che in paese non si vedeva quasi mai, dato che viveva altrove), in cui si tenevano grosse quantità di derrate. Esso appariva col suo alto portone di legno scuro sempre serrato, nei cui interstizi certi giorni sibilava favoloso, come un drago antichissimo, il vento.
Se si guardava da qualcuna delle fessure, si vedevano là dentro le cose immobili, silenziose, al tenue chiarore di un lucernario annerito dalla polvere che il vento vi accumulava agli angoli, nei giorni. Si trattava per lo più di oggetti comuni, indifferenti. Eppure noi ragazzi immaginavamo che fra di essi si dessero convegno, nel segreto, streghe, fantasmi, mostri custodi di tesori nascosti; e di notte si imbandissero mense per tali esseri, al guizzante lume di fumose torce.
Ma ci fu un anno, sul far dell’inverno, in cui quel vecchio edificio venne sgombrato di quegli oggetti e riempito di file di sedie impagliate con fibre di agave (uguali a quelle usate nella vicina Chiesa: le forniva lo stesso falegname), mentre sul fondo venne montato un estemporaneo palcoscenico, intanto che in paese si diffondeva la gran novità dell’arrivo di una compagnia teatrale.
Un vero avvenimento: per le strade, nelle piazze, nelle case, nei saloni da barbiere, nel Circolo degli Operai e nel Circolo dei Civili non si parlava d’altro.
Ci fu così quel periodo delle serate a teatro, e si può dire che tutto il paese vi partecipò.
Sera per sera, su quel palcoscenico di fortuna, per un numero indefinito di volte si rappresentò una storia che appassionava tutti: la storia di santa Genoveffa.
Lei viveva, col conte Sigfrido, suo sposo, in un castello di un lontano paese, il Brabante. I due si amavano di grande amore, tale da poter far credere che niente, per nessuna ragione al mondo, avrebbe potuto mai incrinare questo rapporto.
Ma la tromba di guerra, a un tratto, chiama lui lontano. Nel lungo abbraccio dell’addio la donna piange, inconsolabile, come per un grave presentimento; non gliela fa il cuore, a staccare le braccia, l’anima, dal suo uomo. Egli deve resistere, inflessibile, per non venir meno agli obblighi verso il suo sovrano. Nel partire raccomanda la donna, la sua “cosa più cara”, alle cure del suo più fidato servitore, Golo.
Ma appena il signore è partito, Golo rivela ciò che egli è veramente: un bieco individuo, usurpatore e traditore.
Egli fa proposte illecite alla sua padrona; lei strenuamente difende la sua dignità e fedeltà, spesso anche con voce rotta dal pianto. Inutilmente: il perfido uomo non desiste; anzi, accusata la donna del delitto di cui lui si vorrebbe macchiare, si fa suo carceriere, e intercetta le innumerevoli lettere che lei invia al suo signore lontano, a cui non giungeranno mai.
Gli giungono invece, puntuali, i messaggi menzogneri e infamanti del losco figuro. Le calunnie possono tanto da indurre l’ignaro assente a emanare l’ordine di bandire e abbandonare nella foresta, in balia delle intemperie, delle belve feroci, di tutte le più impensabili difficoltà, del dolore inconsolabile per l’amato lontano (che ha creduto al suo traditore e non a lei, non ai loro passati giorni, a tutto ciò che fra loro due c’è stato) la bella, adorabile donna, e il figlio che, frutto del loro amore, non molto dopo la sua partenza le è nato.
Lei è ridotta, col suo bambino, a sopravvivere allo stato primitivo, coperta di pelli di animali, col solo aiuto di una pietosa e soccorrevole cerva, nella solitudine della foresta, per anni ed anni.
Ma passano i lunghi inverni, le indicibili sofferenze. Il Conte finalmente ritorna. In una battuta di caccia, la cerva, da lui inseguita, lo conduce proprio alla grotta dove risiedono la donna amata e il figlio, ormai cresciuto. E lì finalmente, per inoppugnabili prove, egli si rende conto della vera realtà dei fatti, con immenso dolore e rimorso. Commovente abbraccio, pianto, fra i tre, in mezzo a tutti i soldati e servitori. Terribile punizione del colpevole, fatto squartare dai cavalli. D’ora in poi la famiglia vivrà felice e contenta, per il resto della vita.
Per non si sa quante sere la popolazione assistette, unanime, come col fiato sospeso, alla rappresentazione di questa storia. Nessuno, si può dire, si accontentò di vederla una sola volta; molte coppie di anziani vollero assistere a innumerevoli repliche, mai stanche di commuoversi.
Durante il giorno si viveva come in attesa dell’evento. Poi, la sera, la passione, il fervore, colmavano ogni angolo, ogni settore di quel vecchio fabbricato diventato per l’occasione come una grande fucina in cui ardeva concorde l’anima collettiva del paese.
Prima che si alzasse il sipario, mentre il luogo continuava a riempirsi di popolo, e poi negli intervalli fra un atto e l’altro, c’era come il brusio di un grande alveare. Fra le sedie molta gente stava in piedi a chiacchierare, a osservare quelli delle altre file, a curiosare; molti si lanciavano richiami, battute, da un capo all’altro. Tanti lasciavano provvisoriamente il loro posto e si riversavano a formare ronzanti capannelli nel corridoio centrale e in quelli ai due lati.
Noi ragazzini ci affollavamo il più delle volte sotto il palcoscenico a sbirciare fra gli spiragli del sipario e delle quinte, che spesso si aprivano per l’urtare che facevano sbadatamente, negli affrettati preparativi, gli stessi attori.
Allora scoprivamo, là dietro, la comune realtà di quegli stessi che ogni sera invece sul palcoscenico era come se accedessero a una dimensione superiore, dove i luoghi, il tempo, le gioie, i dolori, l’attesa, l’adempimento, la fedeltà, l’amore, l’offesa, il tradimento, si alimentavano di una sostanza diversa rispetto a quella dei giorni comuni.
Ora, vedere dietro il sipario quegli stessi attori, spogliati di quella speciale vita, affannarsi in banali necessità, litigare, urtarsi, piantare chiodi, sudare, scherzare, era come vedere, degli immaginari eroi, la carne nuda, soggetta ai comuni bisogni e difficoltà. Dietro le quinte le attrici erano donne che magari esecravano quegli uomini che sulla scena amavano, e viceversa avevano gesti di grande familiarità e affetto, di grande confidenza, con quelli che sulla scena aborrivano. E senza badarci, con mosse impregnate della più grande naturalezza e ovvietà, si cambiavano d’abito davanti a loro, non avevano difficoltà a mostrare le carni scoperte, ad alzare la veste per aggiustarsi sotto.
Una delle volte, in una di quelle rivelazioni fortuite, mi colpì quel che vidi avvenire fra santa Genoveffa e Golo. Fu un lampo. Scorsi lei seminuda sospendere momentaneamente il frettoloso cambio degli abiti di scena e guardare lui con inequivocabile complicità. E poi abbracciarlo con forza, baciarlo a lungo, con trasporto.
Ora mi dibattevo, interiormente, fra coscienza e incoscienza di questo viscerale segreto di uomini e donne: contraddittorio, ambiguo, un qualcosa tra i più inafferrabili, mi sembrava, i cui fondamenti stavano nell’intimo dei loro corpi e, insieme, nel cuore delle case, del teatro, di quel vecchio Magazzeno, nel cuore del tutto.
Dalle prime file della platea, mi arrivò in quell’istante una chiara, corale, femminile risata. Erano quel mucchio di sorelle, tutte giovani e signorine, che cicalavano a voce alta con delle loro amiche. Io le conoscevo bene, dato che abitavano nella mia stessa strada.
Molte mattine la strada, piena di sole, era animata della loro viva presenza. Passavano con le loro vesti alla moda, il passo veloce ed elegante, la fragranza che si lasciavano dietro.
(Spesso, durante il giorno, mi ritornavano in mente col segreto che ritenevo stesse dentro di loro – come nell’attrice che incarnava santa Genoveffa – nella loro casa, situata a non più di un centinaio di metri dalla mia).
Essa si stagliava in alto con una terrazza piena di vasi di fiori, invasa dall’azzurro quando c’era bel tempo, o avvolta dal cielo basso e come familiare dell’inverno.
Correvano da un capo all’altro della facciata grandi balconate con belle ringhiere in ferro battuto. In quella del primo piano c’era, sul lato corto, una specie di raggiera che quasi sembrava voler richiamare la figura di un ventaglio, e per lungo, una sfilza di vasi di rigogliosi garofani, che spandevano intorno ondate di intenso profumo.
Nelle notti d’estate, incessante era nella strada il passare e ripassare di giovanotti, che sembravano non aver pace. Quando arrivavano davanti a quella casa era come una sfida: tanti di loro si provavano a raggiungere quei ciuffi di garofani che più pendevano a cascata e sembravano quasi provocare irresistibilmente ad agguantarne qualcuno e riempire la mano della sua preziosa testa profumata. Alcuni riuscivano ad arrampicarsi su per il tubo della grondaia, aggrappandosi anche ai ganci che lo tenevano stretto al muro, altri montavano in piedi sulle spalle dei compagni (che vi si sottomettevano acquiescenti) e da lì, protendendosi il più possibile, cercavano di arrivare con le mani alla ringhiera, da dove spiccare, per sé e per gli altri, qualche manciata di quei fiori.
Era per i giovanotti come strappare qualcosa alle ragazze e segretamente provocarle, stabilire in qualche modo una fonda relazione con esse, penetrare nel loro intimo.
Io, passando durante il giorno davanti alla loro casa, sentivo tante volte le loro voci, i loro passi risuonare su e giù per le scale. Mi immaginavo, dentro, alte stanze, fondi scantinati. In quel loro regno avrei voluto entrare, inoltrarmi nei suoi recessi.

Giorni comuni

Di avvenimenti come questo del teatro, che suscitavano gran fermento dappertutto, ne accadevano tanti in paese.
Ma molti giorni regnava in esso una silenziosa calma, mentre la maggior parte della gente era in campagna a lavorare.
Le galline passeggiavano per strada a tutto loro agio, come fossero nel pieno del loro regno. Per ore andavano perlustrando il terreno, becchettando dovunque, ingoiando le cose più disparate, semi, insetti, chicchi, briciole, perfino pietruzze.
D’un tratto, sembravano avvertire qualcosa sotto la superficie. Subito scavavano in quel punto con rapidi colpi e vi scovavano un molle, lungo, roseo verme, che afferravano e sospendevano in punta di becco, scuotendolo qualche attimo in aria per meglio assestarvelo mentre esso si dibatteva, e in pochi secondi lo ingoiavano (si vedeva la loro gola fare su e giù in colpi secchi, in cui sembrava di poter avvertire quasi tangibile anche il movimento convulso di quell’essere, che così transitava, in pochi secondi, da sotto terra dove fino a qualche momento prima era stato, al chiuso di quel corpo, che presto l’avrebbe ridotto in poltiglia).
Intanto i galli, là in mezzo, sembravano ostentare la loro maschile alterigia e insolenza. Erano comunque più vistosi, con quella corona rosso acceso in testa: re paesani e campestri.
A un certo punto uno di loro roteava intorno a qualcuna di quelle femmine, come per esprimere un volere che non ammetteva repliche, perdite di tempo, e con un improvviso balzo vi montava sopra, mentre essa si accovacciava sotto acquiescente.
Subito l’assalitore si agitava su di lei in un crescendo frenetico, violento, incontenibile, finché non veniva squassato in ogni parte da una scossa parossistica, in cui sbatteva come alla disperata le ali, e sembrava una girandola impazzita, una rutilante palla di fuoco, quasi un essere fuori di sé, che si stesse giocando in quegli istanti una partita estrema, una posta cruciale dell’esistenza.
In effetti in quei momenti c’era nella sua espressione una sorta di serietà profonda, drammatica, come se l’animale fosse toccato, al culmine dell’eccitazione, da un’intuizione improvvisa della morte.
Poi, adempiuto tutto, scendeva giù come avendo scaricato di colpo tutta quella tensione; tornava a passeggiare, placato, sulla strada.
La gallina si sollevava dalla sua posizione un po’ sconcia, si scuoteva, quasi a scrollarsi di dosso l’indecenza, si ricomponeva, tornava a beccare tranquilla in mezzo alle altre.
Le ore continuavano a scorrere, senza tempo. In quella sorta di malinconico incanto, veniva ogni tanto dai campi, come da un punto remoto, il raglio di un asino, triste, carnale, quasi strappato a forza dalle profondità delle viscere.
Sembrava l’espressione di un sordo rammarico, un desolato lamento, che fuoruscisse, così, dal lungo silenzio a dire il peso di un destino assoggettato alla terra, alla fatica senza riscatto, al giro monotono delle stagioni, al bindolo dell’oscuro pozzo senza nome intorno a cui continuamente si ruota, senza che sia concesso mai capire il senso e il perché.
Il vento intanto passava la sua mano invisibile sulle piume delle galline, che parevano a lungo rabbrividire, come le foglie degli alberi in certi giorni.
Fonda malinconia sembrava possedere spesso anche i cani, che girovagavano per strada silenziosi. Passando accanto a una porta, vicino a qualcuno, guardavano senza interesse, apatici, tiravano via.
Certe volte invece si accostavano a un gruppo che chiacchierava, a ragazzi intenti ai loro giochi, e si fermavano lì, come a osservare, ad ascoltare. Sembrava passare nella loro testa insondabile un vago pensiero, un segreto interrogativo… un attimo dopo si volgevano incuranti dall’altra parte, proseguivano indolenti il loro cammino. O andavano a sdraiarsi pigramente al sole. E stavano lì, buttati per terra, come stralunati, fuori da ogni cosa, per tempi indefiniti, con una sorta di disanimata indifferenza di fronte a tutto.
A volte invece comparivano intere compagnie, da altri quartieri, come venute a curiosare, a esplorare; o semplicemente bighellonare. A un tratto, senza che si capisse il perché, scoppiava fra di loro una violenta rissa. Con furibonda ira, ringhiando, latrando, gemendo, si avvinghiavano, avvoltolandosi per terra, si azzannavano, si mordevano aspramente, si straziavano. Poi di colpo, così come s’era accesa, la zuffa si spegneva, i contendenti si staccavano, ognuno per conto proprio, avendo stabilito forse in quei momenti le parti del torto e della ragione.
Anche di notte si sentivano spesso vagare per le strade, come alla ricerca di non so che, rovistare nell’immondizia, rodere coi loro rumorosi denti ossa di bestie macellate, rifiuti… All’improvviso si sentiva esplodere un confuso trambusto di latrati, guaiti, ululati, ed era come si fosse data lì convegno una numerosa masnada, come per un’avventura, od oscuro regolamento di conti, o concordata impresa notturna andata a male.
Certe mattine invece, se capitava di doversi alzare presto, per un qualunque motivo, si poteva veder passare qualche cane solitario, silenzioso, come tutto preso dai casi suoi; o immerso nel ripensamento di un fatto notturno di cui ancora gli rimanesse dentro il vago ricordo, la labile e sfumata passione. Oppure un timore, un pentimento, il rimorso di un qualcosa che non andava fatto… Anch’egli aveva, forse, un suo mondo interiore, con le sue segrete emozioni, i suoi problemi…
A volte compariva una tapina coppia, in cui cane e cagna apparivano perplessi, smarriti, con gli occhi imploranti pietà, soccorso, comprensione, quasi non sapendo a che santo votarsi, per la dolorosa, imbarazzante situazione in cui si trovavano: erano rimasti incastrati l’uno nell’altra, e non c’era verso che potessero staccarsi, liberarsi, riacquistare ognuno la propria autonomia e dignità, per quanti sforzi facessero, tirando ciascuno dalla propria parte: ogni tentativo rinnovava la sofferenza e l’umiliazione.
I buontemponi si divertivano a perseguitare quei due malcapitati con dileggi, grida, sassate. Solo dopo un prolungato persistere di queste sevizie, essi, con una strattonata suprema accompagnata da un gemito violento, riuscivano a separarsi, a riguadagnare la libertà.
Dunque anche questo si poteva iscrivere a suo modo nel registro generale degli inconvenienti dell’amore, nell’inventario delle sue disavventure.
Ma per lo più l’amore era, per cani e gatti, libertà e mistero. E aveva per sé il regno della notte, fuori delle case, per le strade. E quella mescolanza di dispersione e libera avventura era un qualcosa che amplificava per la sua parte la dimensione della notte stessa. Chissà quante e quali cose essa nascondeva nel suo grembo, da qui fino al confine estremo, dal fondo del paese fino alle più remote stelle.
Allorché, allo scadere del buio, il gallo lanciava il suo canto mattutino, era come un grido di giubilo per la luce che premeva al confine del cielo per affacciarsi sul mondo.
Di tutt’altro tono era invece questo canto in certe ore inoltrate e silenziose del giorno, quando la luce era stata da tanto tempo sospesa sulle cose da sembrare quasi affranta, venata all’interno da chissà quale oscura malinconia. Allora esso sembrava come smarrito nel fondo di quelle ore, ed esprimere quella loro intima tristezza.
Qua e là nei quartieri si incontravano case con rustici cortili, dove stavano mazzi di legna, vecchie sedie, tavoli zoppi, roncole, accette, carriole, rastrelli, qualche vite rampicante, un ulivo, un albero di fico tutto storto, pieno di acciacchi, coi rami nodosi, le foglie di colore verde scuro all’interno e bianchicce, quasi canute, sul dorso, cosparse di rossa ruggine, che in certe ore emanavano intorno un forte aroma amarognolo.
In alto si affacciavano finestre, balconi, terrazzi, pieni di ciotole, tegami, pignatte, vasi di terracotta, con basilico, prezzemolo, rosmarino, menta, salvia, graticci di canna con fichi, mostarda, olive nere, messi ad asciugare. E appesi al muro, mazzi di origano, trecce d’aglio, cipolle, pomodori, corone di peperoncini.
Altrove si incontravano complessi di pagliai, stalle, depositi di attrezzi, racchiudenti nel mezzo grandi spazi sterrati, con siepi, alberi, orti attraversati da canalette in cui scorreva quieta l’acqua per irrigarli.
I proprietari si conoscevano fra di loro come si conoscono fra vicini di casa; sapevano le abitudini, i bisogni, i fatti vecchi e nuovi l’uno dell’altro. Come si incontravano là, di notte o di giorno, per le relative faccende, si soffermavano a chiedersi reciprocamente notizie sulla salute, a scambiare battute, commentare le novità, chiacchierare.
Anche una vacca che d’un tratto non mangiava, dava segno di non star bene, era oggetto della comune attenzione. Indugiavano lì, anche di notte, l’uno o l’altro, come capitava, a prestare cure, dare consigli, far compagnia al preoccupato padrone, discutere quietamente con lui accosto all’uscio aperto della stalla, al lume della lanterna che schiariva di sommessa luce il suo interno, con la sua mangiatoia, i suoi odori, il suo tepore, il tappeto di strame su cui giaceva coricata di fianco la bestia malata, con gli occhi grandi, come smarriti, levando a intermittenza i suoi gemiti di creatura sofferente. Se la bestia si rimetteva, tutti si felicitavano col proprietario, come per un essere umano, una persona della famiglia.
Una mattina qualcuno di loro, o la moglie, la figlia, offriva qualche manciata dei primi pomodori, lattughe, fiori di zucca appena aperti, al primo che vedeva, lieto di fargli assaggiare quei nuovi prodotti del suo orto.
O potevano essere pere, mele, dolcissimi fichi con la loro meravigliosa goccia d’oro in bocca, la polpa rossa, o bianca, quando premendo con le dita si aprivano in due metà. Era una delizia farne scorpacciate, lì ai piedi della pianta stessa, nella frescura mattutina; quasi non si riusciva a smettere: un frutto tirava l’altro.
Intanto si svolgevano intorno i pacifici riti quotidiani. Un’asina affacciava la testa dalla finestrucola di una stalla; lo stesso faceva una vacca dalla parte opposta, come per una tacita corrispondenza. Un tacchino sembrava rimproverare con voce biliosa e stizzita le galline razzolanti sullo sterrato insieme con lui; ma esse non se ne davano per inteso e seguitavano tranquille a fare quello che dovevano. Colombi sbucavano da certe piccole feritoie triangolari lasciate apposta per loro nei muri, sostavano qualche attimo sui minuscoli davanzali, curiosando, guardandosi intorno, quindi andavano a svolazzare oziosamente per il cielo. Un passero zampettava sul terreno, alla ricerca di cibo, movendo frettoloso la testa di qua e di là. Un coniglio si arrischiava fuori dall’usciolo momentaneamente lasciato aperto dalla sua padrona venuta a nettargli la gabbia a zanzariera in ferro filato, e faceva, pieno di apprensioni, qualche passo avventato, in libertà. D’un tratto si accendeva nei suoi occhi una fiamma intensa, febbrile, come lo scintillio d’una pietra preziosa, l’avvampare d’un tizzone su cui si soffi a pieni polmoni: e sembrava, nell’umile e domestico animale, uno di quei prodigi che la natura dissemina continuamente anche lì dove sembrerebbero più inattesi. (Di notte, fra conigli al sicuro nelle loro gabbie chiuse e gatti alla caccia che passavano o indugiavano là davanti, poteva avvenire un rimandarsi di bagliori e di fiamme, un raffrontarsi di fantastiche luci).
Anche di notte i proprietari venivano a vedere le bestie, a pulire la stalla a buoi, asini, muli, a sistemargli la giusta porzione di foraggio nella mangiatoia.
Durante i preliminari l’animale guardava, quieto, anche se non mancava di fare qualche tentativo di allungare subito il muso verso il cibo.
Era una scena consueta nell’ambito di un antico rapporto. All’incerto lume della lanterna, gli occhi dell’animale apparivano grandi, bui, immobili. Come caverne, nel cui fondo si poteva immaginare di poter incontrare a un tratto la stilla remota dell’ignota coscienza di quell’essere.
Chissà che cosa vi poteva essere racchiuso. Forse visioni di campi (magari anche di quelli contemplati da suoi remoti antenati), tempeste, giornate di monotoni venti, fruscii lunghi di fiumi, grandi ombre di boschi, notturni incendi sui monti. O i lasciti oscuri delle notti dentro le stalle, quando il tempo, filando le ore, elabora la vicenda ignota dei sogni degli animali.
Spesso sembrava esserci in quegli occhi un’atavica rassegnazione, una riserva incalcolabile di tristezza.
Fatti incredibili potevano avvenire fra animali e uomini. Come quando, per esempio, un cane aveva quel folle male, la rabbia, e non distinguendo più niente e nessuno nel suo stravolgimento mordeva chiunque gli venisse a tiro, anche il suo padrone, a cui era stato per tutta la sua esistenza devoto.
E l’uomo attraverso quel morso riceveva dentro di sé quella malattia. E da quel momento appariva più simile a un animale che a un essere umano.
Dicevano che in paese c’era stato, in passato, un malato di rabbia (anche se nella descrizione che ne facevano appariva piuttosto come un lupo mannaro).
Narravano, in tono di leggenda, che andava vagando a quattro zampe, ululando, schiumando dalla bocca, cercando di mordere chiunque incontrasse, come aveva fatto con lui il cane che l’aveva contagiato.
Per le strade si faceva il deserto, ognuno se ne stava chiuso in casa. E fuori si sentivano alzarsi nel silenzio quelle urla.
Quelli che si azzardavano a guardare dall’alto, da dietro i vetri delle finestre, lo vedevano anche mordere i sassi per la sofferenza, accanendosi (è il caso di dirlo), sbavando su di essi, sul terreno.
E volgeva la faccia, con la bocca deformata, gli occhi stravolti, verso quei vetri da dietro i quali i suoi ex simili guardavano: come a volersela prendere con loro, oscuramente minacciarli, promettere a tutti chissà quali disgrazie, se non da parte sua, impotente in ciò, per conto della sorte, che a lui aveva fatto questo, con inspiegabile ingiustizia, risparmiando tutti loro.
Poi, in mancanza d’altro, a unghiate, a morsi, straziava se stesso. E lanciava verso il fondo delle vie deserte, verso le case serrate, quei suoi impressionanti lamenti. Era come un’invocazione, un monito oscuro della perduta umanità, del mondo animale in cui ora era immerso, dell’anima occulta del tutto.
Ma c’erano tante altre cose appartenenti ai segreti della notte. Come quando, non ricordo in quale circostanza, nel cuore di una di esse, fra veglia e sonno, dietro i fumosi guizzi di una torcia che illuminava a stento solo qualche breve tratto di strada (era venuta a mancare la luce elettrica, come non di rado allora accadeva, e tutto, intorno, era immerso nell’oscurità), venni portato in uno dei cortili di quei rustici quartieri. Là, aperto l’uscio di una stalla, al fioco lume di una lanterna apparve affacciata da un alto soppalco per metà ricolmo di vecchia paglia una capra, coi suoi occhi attenti, le corna falcate, come una sorta di corona araldica, o attributo di un essere figlio del buio e del mistero.
Un’altra scena notturna rimasta poi per me come sospesa per sempre fra realtà e sogno riguarda anch’essa un soppalco, affacciato come un palcoscenico su un’ampia stanza.
Vi stava apparecchiata una grande tavola, coperta da una bianca tovaglia damascata, pendente ai lati con frange lunghe quasi fino a terra, e sopra, in bell’ordine, preziose posate, ricche vivande, che segnavano le ricorrenze importanti, le feste. E seduta a quella tavola una numerosa compagnia.
Mai altre adunanze mi sembreranno poi più come quella, e le altre simili a cui mi accadde allora di assistere. Le parole, le corali risate, i brindisi, i gesti dell’affettare il pane, del porgere i cibi, mi apparivano come gesti di personaggi biblici, o di signori dei castelli, delle antiche corti, nonostante che si trattasse semplicemente di contadini, pastori, artigiani, e delle loro madri, mogli, sorelle, figlie. Mai più i discorsi mi sembreranno così colmi di significato (magari tanto più profondo per me, allora, quanto più oscuro).
La vita stessa, non mi sembrerà forse mai più così piena come quella, che pure era in realtà (o forse sarebbe meglio dire all’apparenza) così semplice e povera. E non pareva neppure aver bisogno che le si attribuisse un senso, sembrando racchiuderli già in sé tutti così com’era.

 

(Continua nel prossimo numero di Lunarionuovo)

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