L’epistolario Quasimodo-La Pira nelle cure analitiche di Grazia Dormiente (*)

Nell’ultimo decennio gli studi su Giorgio La Pira hanno avuto una improvvisa ripresa.
E’ un segno confortante perché costituisce un invito ad accogliere un vigoroso messaggio in un momento in cui alcuni valori stanno subendo un pauroso declino o peggio, precipitare in una generale indifferenza.
Alla orami ricca bibliografia lapiriana, che va da singole monografie, saggi, articoli di varia natura oltre a interventi occasionati dalle rituali ricorrenze, è ora da aggiungere il lavoro di Grazia Dormiente che ha inteso, con il volume che qui si presenta, riordinare ma anche e soprattutto, approfondire il singolare epistolario intercorso tra Giorgio La Pira e Salvatore Quasimodo.

Grazia Dormiente

Grazia Dormiente

Per chi volesse conoscere meglio l’operosità di Grazia Dormiente rimando alla lettura delle “Notizie” riportate alla fine del volume in cui vengono elencati molti scritti della “etnoantropologa”. Solo a leggere i titoli delle sue pubblicazioni ci si convince della esattezza della qualifica.
Si è infatti occupata di antropologia nel senso di riscoperta del carattere, degli usi, dei costumi del popolo in cui vive impegnandosi nella salvaguardia culturale di mondi che oggi rischiano di estinguersi. E’ un lavoro di scavo col fine di far riemergere le antiche tradizioni rendendole attuali e usufruibili in questo nostro momento storico in cui si susseguono novità troppo passeggere ed effimere. Figlia di un artigiano
– il padre lavorava il ferro, e di qui la ereditata passione di ricerca e quindi di raccolta di “oggetti senza gloria” E’
– questo il titolo di una monografia dedicata alla riproposizione fotografica del prezioso materiale dei reperti etnoantropologici di cui è composto il Museo Ibleo delle Arti e Tradizioni Popolari.
Finito il periodo iconoclasta di rifiuto delle tradizioni, queste stanno riemergendo perché ci si sta convincendo che senza tradizioni la vita di ciascuno rimane prigioniera dell’insignificanza e della “ liquidità”, per dirla con Bauman. E’ quanto mai vero che la comprensione del passato richiede riflessione ed esige uno spazio di tempo per capire. L’identità più profonda di un popolo si esprime attraverso la tradizione.
Oggi, purtroppo, questo museo sta andando in rovina perché risulta che i reperti sono depositati in locali chiusi e nella vana attesa di una nuova e degna collocazione . Ma oltre alle cose, che hanno un particolare significato, stanno le persone con la loro originale storia.
A coronamento di questa ricerca non potevano non essere prese in considerazione due figure eminenti del nostro territorio, Giorgio La Pira e Salvatore Quasimodo, le cui radici culturali e i sentimenti espressi rivelano l’inconfondibile impronta della terra d’origine.

L’epistolario è un genere di letteratura di antica data. Dalla Roma pagana fino ai nostri giorni rappresenta una inesauribile fonte di conoscenza di fatti e personaggi senza il quale non è possibile fare storia. Il contenuto varia dagli insegnamenti pedagogici e, in genere, esortativi, a quelli che esprimono un bisogno affettivo in altro modo non ottenibile.
Il carteggio Quasimodo-La Pira ha una storia particolare.
Fino al giorno della morte poco si sapeva del La Pira siciliano e del periodo in cui visse nella nostra terra. La Pira non ha lasciato nessun diario autobiografico ed è stato sempre restio ad esternare i tratti salienti del proprio intimo vissuto. Pochi e sparuti cenni si trovano in quel magistrale lavoro che Fioretta Mazzei gli dedicò nel 1980 ( La Pira, cose viste ed ascoltate che, più che una biografia è da considerare un diario memorialistico a due voci tra l’autrice e il sindaco di Firenze). E fu proprio in quell’anno che videro la luce due importanti carteggi: quello con Salvatore Pugliatti e quello con Salvatore Quasimodo curati rispettivamente da Francesco Mercadante e dal figlio del poeta. Nello stesso anno Giuseppe Miligi pubblicava Gli anni messinesi di Giorgio La Pira. Per la prima volta e, in maniera sorprendente, veniva conosciuto l’iter esistenziale e spirituale del giovane La Pira. Le preziose informazioni chiarivano e facevano meglio comprendere la futura attività dell’intraprendente giovane siciliano che, per scelta tutta personale, si trasferì a Firenze.
Incoraggiato dal prof. Vittorio Peri, postulatore della causa di beatificazione, il Miligi riprese a studiare e a cercare fonti che potessero meglio lumeggiare il periodo messinese e nel 1995 pubblicò Gli anni messinesi e le “parole di vita” di Giorgio La Pira, testo fondamentale e insuperato, come sottolinea la Dormiente, per ricchezza di particolari e per la dotta interpretazione di fatti e protagonisti del periodo messinese di quegli anni. Ed è stato merito del Miligi l’aver messo in luce la vivacità e originalità culturali di quel periodo messinese di cui approfittarono sia La Pira che Quasimodo.
Successivamente, nel 1998, con il patrocinio della Provincia di Ragusa, Miligi riprese il carteggio e lo ripubblicò arricchendolo con note e commenti tuttora validi e insuperabili.
Nel 2008, in occasione del 70° anniversario dell’istituzione della Provincia di Ragusa, l’allora Presidente della Commissione Provinciale della Cultura, Grazia Dormiente, si impegnò a ripubblicare il carteggio apportando al testo sostanziali migliorie sia sistemando le note in calce che eliminando i copiosi refùsi. In questa nuova edizione il Presidente della Regione Ragusa, Franco Antoci, nella prefazione ebbe a scrivere :
E’ importante che il sindaco santo e il Nobel Salvatore Quasimodo siano riscoperti soprattutto dai giovani che potranno trovare nelle loro lettere spunti di riflessione e di conoscenza che certamente li aiuteranno a maturare nuove prospettive, in questa terra di Sicilia che è nostra madre”
Mi voglio sbagliare ma mi sembra che questo augurio non si è ancora avverato.
Il saggio della Dormiente potrebbe costituire uno strumento per far conoscere al meglio sia La Pira che Quasimodo. Nella breve premessa l’Autrice espone lo scopo e la metodologia adottata: contestualizzare alcuni tratti rivelatori della profezia vocazionale dei due intellettuali iblei.
Da questo punto di vista siamo in presenza di un lavoro che appartiene al genere della biografia intellettuale –spirituale esclusiva di un determinato periodo della giovinezza dei due sodali. Questo periodo è quello in cui la personalità si forma nei luoghi e negli ambienti in cui si vive e in cui le prime esperienze lasciano un solco profondo. Nella prima giovinezza misteriosamente compare una vocazione che si sviluppa attraverso particolari manifestazioni, sia interiori che esteriori, e che fanno da base alla futura personalità. Il suo studio ci fa comprendere, in gran parte, i successivi stadi di vita che si sviluppano secondo questo primo nocciolo duro costituito dall’esser giovani. Nel periodo della giovinezza è da scorgere tutta quanta la biografia del personaggio che si intende conoscere e comprendere. Questo sistema di indagine ci fa meglio capire, sia nei suoi punti di forza ma anche nei suoi limiti, il modo in cui una personalità si è venuta strutturando nelle proprie e più peculiari caratteristiche.
Nel giovane La Pira, come nel giovane Quasimodo, è esistito un nucleo operativo di fondo o, come i moralisti la definiscono, una opzione fondamentale. Ogni singola scelta, ogni azione concreta, ogni istanza sentimentale, ogni slancio mistico altro non è che il prolungamento di quella iniziale decisione

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quasimodo

Salvatore Quasimodo


Ogni generazione, come quella degli anni venti del secolo scorso, somiglia a una barca che ondeggia in cerca di un ragionevole equilibrio. Gli anni giovanili dei due fraterni amici rispecchiano il momento storico e culturale della Messina uscita dal tremendo cataclisma che la distrusse nel 1908. Nella corrispondenza è percepibile il senso tragico della vita e in questa tragicità ogni singola esperienza è in grado di modellare il futuro. Quelle di La Pira e di Quasimodo sono due vite che pur incontrandosi divergono. Problematiche sin dall’inizio, convergenti verso nobili ideali, ma diversi. L’uno votato alla incarnazione di un cristianesimo che ricorda la grotta di Betlemme, l’altro in continua ricerca e che nella poesia trova il senso liberatorio della propria angoscia.

Venendo al testo della Dormiente, questo si sviluppa attraverso due capitoli molto densi e ricchi di indicazioni sia biografiche che bibliografiche. In questo lavoro sono stati utilizzati gli scritti già pubblicati dal Miligi, ma anche alcune lettere conservate presso la Casa della Memoria di Pozzallo, in tal modo fornendo un quadro pressochè completo del carteggio.
L’ambiente in cui vissero i due non aiutò “la fioritura interiore della vita divina”.
Lo zio di La Pira, Luigi Occhipinti, il capofamiglia incontrastato e severo, non nutriva alcuna simpatia per i preti e nessuna pratica religiosa era permessa o tollerata. Ed è noto che sia l’Occhipinti che il padre di Quasimodo erano iscritti alla massoneria giustinianea peloritana, di cui esponente di spicco era Ludovico Fulci. L’ambiente familiare forgia il carattere e in modo particolare quando il pater familias assume una autorità indiscutibile e inappellabile. L’aria che si respirava nelle famiglie Quasimodo-Occhipinti non era certamente idilliaca né incline a una forma di religiosità anche tiepida se non di facciata. Quella adottiva del ragazzetto pozzallese – la più conosciuta grazie all’epistolario lapiriano – era animata da una fede laica, fatta di onestà, laboriosità, serietà ma avulsa da qualsiasi riferimento religioso.
All’interno delle rispettive famiglie, anche se non mancava un calore umano e un affetto sincero, i due ragazzi cercavano all’esterno i punti di forza su cui costruire il proprio avvenire. La rottura degli schemi familiari e il rifiuto alle legittime aspettative vagheggiate dai parenti, finalizzate a una futura degna sistemazione, sono i segni inconfondibili di un carattere energico e risoluto ma anche cosciente delle proprie potenziali capacità di affermazione. Se non proprio rivoluzionari, furono dei non conformisti. La Pira mantenne sempre questa dimensione di indipendenza nel valutare fatti e personaggi anche di fronte all’autorità ecclesiastica. Quando don Davide Turoldo si trovò in una situazione delicata, se non in conflitto con i suoi superiori, La Pira gli disse: “Vieni a Firenze e insieme faremo la con-fusione evangelica”.
I due giovani amici furono adolescenti entusiasti che, dopo tanti travagli interiori riuscirono a compiere il grande passo e trovare il coraggio di farsi avanti, ciascuno con il proprio ingegno e il proprio cuore.

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Giorgio La Pira

Giorgio La Pira

Nel leggere l’epistolario, oggi completato con alcune lettere inedite che la Dormiente ha trascritto tirandole fuori dalla Fondazione Familiare, ci si accorge che il giovane La Pira, sin dalle prime battute, assume la posizione di “trascinatore”, di solerte e appassionata guida avendo intuito nell’amico la presenza del forte bisogno di raggiungere uno stato d’animo che gli potesse dare serenità e anche letizia. E’ sorprendente trovare in un giovane appena diciottenne la capacità di ascoltare l’amico. Ha scritto D. Bonhoeffer

…come l’amore di Dio incomincia con l’ascoltare la sua Parola, così l’inizio dell’amore per il fratello sta nell’imparare ad ascoltare….E’ opera di Dio se siamo capaci di ascoltare il fratello. I cristiani, e specialmente i predicatori, credono spesso di dover sempre offrire qualcosa all’altro…ma dimenticano che ascoltare può essere un servizio ben più grande che parlare…Chi non sa ascoltare il fratello ben presto non saprà più ascoltare Dio.

Ha scritto Simone Weil che l’amicizia è un’armonia sovrannaturale, una unione dei contrari. Quando un’amicizia è fatta di uguaglianza, allora si mantiene la facoltà di libero consenso per se stesso e per l’altro.
E il giovane La Pira, rendendosi uguale all’amico, sapeva ascoltare lo stato d’animo del caro Totò che era alla ricerca di quella pace dell’anima, la sola in grado di disperdere le continue e ricorrenti tentazioni che tumultuavano nel suo spirito inquieto. Quest’ultimo particolare aspetto è chiaramente desumibile da alcune lettere scritte nel 1922. Il poeta, lamentando la mancata risposta a una sua precedente missiva, scrive che i “vagabondi” alludendo a se stesso, “occorre lasciarli camminare nel gelo, senza brace di bivacchi, senza suoni pastorali”. La risposta di La Pira non si fa attendere. Nell’epistola di risposta non manca un fraterno incoraggiamento a superare quel peregrinare senza meta, poeticamente espresso da Quasimodo, aggiungendo anche di essere, anche lui, in uno stato “ tutto spirituale” e “preso da un’ondata di spirito rigeneratore”. Nella successiva lettera dell’ottobre del 1922, a distanza appena di otto mesi dalla prima, La Pira comunica a Totò il nuovo stato d’animo in cui si trova. Scrive:
Ho attraversato varie volte con vario affanno i sotterranei del pensiero : ho bussato a molte porte, come un povero mendicante, per avere pane di sapere, ho rifatto mille strade, mille mondi, ho amato mille cose : sono troppo vagabondo in questo errare senza posa alla ricerca di un pò di pace per l’ anima mia…Oh! ch’ io proceda , ch’io proceda a te con più àncora di passione e di purezza verso la somma Trinità onde si compendia ogni nostra natura, o Dio! S’ io potessi inginocchiarmi al Tuo Altare come i Tuoi purissimi Santi, s’io potessi di te , solo di te, esclusivamente dell’ arte tua nutrirmi, io, mendicante, avrei trovato la unica via diritta senza pericoli e senza affanni […].

Questo peregrinare, ma senza smarrirsi, giungerà alla meta nella Pasqua del 1924 con la definitiva conversione.

Il testo poi riporta, come accennato, due lettere inedite, in cui ancora una volta si comunica l’affanno di una ricerca il cui esito stenta a comparire malgrado le letture di Nietzsche, di Schopenhauer e la Repubblica di Platone. Riprendendo i temi della funzione della poesia, materia sempre presente nella corrispondenza, La Pira approva l’iniziativa dell’amico per aver inviato a Gabriele D’Annunzio il poemetto Il Fanciullo cauto. Con enfasi scrive che solo D’Annunzio “può capirti come io”.
Nell’altra lettera, priva di data ma presumibilmente scritta dopo la composizione del poemetto Il Fanciullo canuto, la Dormiente scorge “ l’inclusiva forza della poesia-preghiera”, un tema sempre presente nel carteggio ma il cui esame richiederebbe una speciale competenza che , sull’argomento, non possiedo. Ma quel che è certo è che il giovane La Pira scorgeva nell’opera poetica dell’amico un lavoro che era ordinato a un fine soprannaturale e quindi meritorio come mezzo di santificazione e di preghiera.
Che cosa aggiungono queste due lettere inedite, si domanda la Dormiente, al già prezioso carteggio?

Essi chiariscono la reciprocità di un’esigenza di ricerca sul senso della poesia e sul ruolo del poeta, vissuti con impegno totale e motivati con inequivocabile autenticità. Confermano – continua la Dormiente – il tono alto della loro corrispondenza, attestano il valore del rapporto umano, tra due personalità diversissime per temperamento, opzioni politiche e scelte di vita – e tuttavia legate da un sentimento profondo e delicato, fatto di rispetto e di teneri affetti che mai conobbe calo di tensione. Documentano, in modo mirabile, l’importanza del linguaggio, via del Signore e strumento di dialogo e di incontro del grande comunicatore La Pira e la ricerca di parola con la parola in Quasimodo.

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La seconda parte del saggio dal titolo “ Il senso dei Luoghi”, è dedicata a far conoscere l’ambiente in cui visse il giovane La Pira. Sono ricordate alcune figure del tempo oggi cadute nell’oblio ma significative per meglio intendere l’atmosfera di una particolare stagione oggi non più ripetibile. Tra di esse spicca quella del prof. Giuseppe D’Angelo a cui La Pira indirizzò tre lettere, pubblicate nel testo, riguardanti la sua vocazione sacerdotale.

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Non si può parlare di La Pira senza rievocare Pozzallo, il suo mare, le sue spiagge, la torre Cabrera e la sua gente al cui primitivo nucleo abitativo si sono unite famiglie venute dai paesi limitrofi: Modica, Scicli, Ispica, Rosolini e anche Noto.
Pozzallo non è più quella borgata dei primi trent’anni del secolo scorso in cui visse per appena i primi dieci anni il piccolo Giorgio per poi tornarvi saltuariamente nei periodi estivi.
Ai vasti magazzini in cui erano depositate le derrate prodotte dall’entroterra per essere poi trasferite altrove, via mare, stanno ora negozi e bar, gelaterie e pizzerie, caffè con annesse bruschetterie e stuzzicherie e altre diavolerie culinarie. E le spiagge, dove sorgevano gli stabilimenti balneari, sono state deturpate dalla presenza di ingombranti ristoranti e anche sgradevoli alla vista. Di recente è stata inaugurata una piazza, piazzetta delle Sirene, adiacente all’area denominata “ a valata” già rifugio delle barche da pesca e dalla quale si può ammirare il nostro azzurro mare. Ebbene, proprio al centro della piazza è stato costruito un locale adibito a servizi igienici ma chiuso e già reso oggetto di atti vandalici. Non si poteva immaginare niente di più antiestetico e di indecoroso.
Sta scomparendo la coltivazione della vite e ormai rari sono gli alberi di carrubo che con la loro ombra lenivano una terra bruciata per la maggior parte dell’anno dai raggi di un sole implacabile. E’ scomparso anche il piccolo molo, dove approdavano le barche per depositare il pescato, risucchiato dalle inversioni delle correnti causate dalla presenza di un porto che non riesce a decollare. La speculazione edilizia, con la costruzione di ville, villini, case di villeggiatura e residence di varia natura ha distrutto quel poco di suolo agreste di cui disponeva Pozzallo.
In garbata polemica la Dormiente ai pozzallesi rimprovera di avere sciupato l’opportunità di acquisire la casa natale di La Pira e tutelare quella della prima giovinezza. Tale omissione è stata colmata con l’istituzione promossa dai familiari della omonima Fondazione, alla cui realizzazione la stessa Dormiente ha dato un considerevole contributo.
Cosa si può dire di questo breve saggio, scritto con passione e ricco di riferimenti di un pezzo della Sicilia che sta scomparendo?
L’Autrice appartiene a quella schiera di studiosi che mantengono al massimo la propria stabilità culturale fatta di memoria storica abbinata, nella sua propria scrittura, a una vena poetica tutta particolare e personale.
Per memoria storica intendo la ricerca di fatti, personaggi, di situazioni e pensieri emergenti dal passato e la cui conoscenza, per i valori che trasmette, sostiene e qualifica ogni persona. In mancanza di tradizioni la persona somiglia a un guscio vuoto dove trova posto uno squilibrio mentale dannoso e distruttivo.
La storia non cade come un fulmine a ciel sereno. Essa riunisce una memoria viva di tante generazioni: direi una memoria di tutto il genere umano. Per questo ci si aspetta dallo studioso una elevata sensibilità, una genuina competenza nei confronti del vissuto. Ci si aspetta che lo storico faccia risaltare fatti e persone nel loro reale accadimento facendo emergere sentimenti e azioni esemplari non solo da ricordare ma proporre come guida per l’avvenire.
Volgere lo sguardo indietro significa scoprire quali sono quei valori che possono indicarci un cammino sicuro, anche se accidentato e pieno di sorprese. Ed è proprio questa la memoria del futuro. E sta proprio qui la rara abilità della Dormiente, cioè la capacità di intuire cosa si nasconde dietro le cose e le persone facendole in tal modo rivivere nel presente.
Vittorio Peri, in occasione della presentazione del suo libro su La Pira ebbe a dire che il saggio si proponeva unicamente di allargare la conoscenza e di attirare l’attenzione sull’avventura spirituale e storica di un straordinario cristiano siciliano del nostro tempo.
In conclusione, chi volesse approfondire un periodo della vita dei nostri conterranei, lo invito a comprare il libro.

(QUASIMODO E LA PIRA – L’OPERAIO DEI SOGNI E L’OPERAIO DEL VANGELO – DI GRAZIA DORMIENTE – EDIZIONI PROVA D’AUTORE  € 10.00)
(*) Analisi critica letta dall’autore il 2-3-2017 a Modica in occasione della presentazione del saggio di Grazia Dormiente.

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