La Ruscelletta. Piccola storia per adulti bambini

 

Scorreva lieve lieve, fra alte rive e verdissimi faggi, una Ruscelletta tremante ed impaurita; si era staccata goccia a goccia dalla montagna bianca di neve e, quasi senza accorgersene, si era raccolta in una piccola pozza ma adesso non sapeva proprio che fare. Si guardava intorno infelice, cercando qualcuno disposto ad aiutarla.
Un grosso falco grigio che solcava il cielo in cerchi concentrici, pian piano si diresse alla piccola pozza per dissetarsi. La Ruscelletta, coperta dal grande uccello che per un momento aveva oscurato il sole, rabbrividì di paura e si rannicchiò tra le sue acque più fredde. Poi, lentamente, prese coraggio mentre il falco si ristorava bevendo e disse:”Mi scusi signor…. signor, come devo chiamarla?”
“Chiamami pure Signore del cielo.” Rispose quello gonfio di presunzione.
“Vede, signore del cielo- e mentre parlava la Ruscelletta andava rincuorandosi- io vengo da quella neve bianca, sono arrivata fin qui ma ora non so cosa fare. Una forza strana mi ha staccato dalla mia montagna,vorrei tanto tornare indietro, ma per quanti sforzi io faccia non ci riesco, sono confusa e anche un po’ spaventata. Lei che dall’alto vede ogni cosa potrebbe darmi un consiglio?”
“Devi seguire la pendenza mia cara fonte- rispose il falco intenerito e proseguì – ci sono delle leggi ben precise che non è possibile infrangere, tutte le acque che scendono dai monti devono arrivare al mare.”
“Al mare?” Chiese tremante la Ruscelletta spaurita non riuscendo ad immaginare nulla che avesse questo nome ma non fece in tempo a dire altro. Il falco volava già in alto e si avvicinava sempre di più al sole fino a diventare un puntino dorato.
Si guardò intorno, la montagna impellicciata di neve si stagliava netta contro il cielo di un intenso azzurro, una grande nostalgia la prese e la voglia di tornare indietro fu quasi più forte della forza sconosciuta che invece la trascinava lontano da quella corona di monti. Fece un ultimo tentativo per arrampicarsi su ma inutilmente.
Intorno vi erano alberi altissimi e maestosi, alcuni rivestiti da una corteccia ruvida e scura, altri con tronchi levigati e bianchi come il latte. Erano abeti e betulle ma la Ruscelletta non poteva ancora saperlo. Così come non poteva conoscere il muschio che ricopriva la terra fra le radici nodose intrecciate come grosse funi, un morbido manto verde che la luce, filtrata attraverso i folti rami, rendeva lucido come smalto. Cominciò a lasciarsi andare prima con grande trepidazione, poi pian piano assecondando il movimento e si accorse che le sue acque scorrevano naturalmente come se la strada fosse già nota. Si girò un’ultima volta a salutare la sua montagna, era bellissima adesso, sulla cima si era addensata una corona di nuvole rosa.
Bisognava obbedire alle leggi, aveva detto il Signore del cielo e, visto che la montagna era irrimediabilmente perduta, la Ruscelletta si rassegnò a raggiungere il mare anche se ancora non sapeva cosa dovesse cercare.
Le sue acque si incanalavano bene in un alveo che sembrava scavato apposta per loro e, nel lasciarsi prendere dalla pendenza, cominciarono a cantare. La Ruscelletta si rallegrò molto di quel mormorio e si sentì felice dimenticando per un po’ la sua montagna.
Mano a mano che scendeva, il paesaggio cambiava; gli alberi adesso avevano grossi tronchi marroni e tra le foglie di smeraldo pendevano piccoli grappoli di palline spinose. Nei prati, ovunque, c’era una esplosione di fiori. Il sole penetrava tra i rami in forma di sottili dardi d’oro. Lei ne rimase estasiata.
Il desiderio di conoscere la spinse ad aumentare la velocità, tante meraviglie le scorrevano intorno come in una girandola multicolore.
Presto si trovò ad un salto. La Ruscelletta spaurita sentì mancarle il terreno sotto i piedi; l’alveo che ospitava le sue acque si interrompeva bruscamente e più sotto si intravedeva una distesa d’acqua che sembrava grandissima. Forse era arrivata, quello poteva essere il mare.
Chiuse gli occhi, trattenne il respiro e si lasciò trascinare giù. I secondi le sembrarono anni, ma superato quel dislivello, si congiunse con un’acqua calma, azzurra e fresca come lei ma certamente più maestosa e tranquilla. La Ruscelletta esitava cercando di tenere a freno la bianca schiuma che le si era formata in superficie. E l’altro:“Ben arrivata Ruscelletta della montagna, io sono il Lago e sono lieto di riceverti dentro di me. Noi siamo uguali- aggiunse- siamo fatti della stessa straordinaria acqua, ma io sono un po’ più vecchio perché sono qua da molto tempo e ho potuto vedere tante cose.”
La Ruscelletta fu felice di poter parlare con un suo simile e cominciò a tempestare il Lago con mille domande.
E il Lago rispose che il falco le aveva detto la verità, che c’erano delle leggi da osservare che potevano sembrare dure e dolorose ma erano invece buone ed utili, bisognava seguire la via della natura perché tutto ciò che esiste deve tornare alla sua radice, così come le acque della montagna devono arrivare al mare e poi alla montagna e, se la strada poteva apparire lunga, non bisognava scoraggiarsi perché anche un viaggio di mille miglia comincia sempre da un passo.
Il Lago donò alla Ruscelletta meravigliosi pesci rosa che cominciarono subito a danzare tra le spume bianche delle sue acque e fili d’erba e sassi levigati. Le insegnò i nomi degli alberi e degli animali e di tutto ciò che c’era intorno. Quando diventarono più intimi, mentre il sole tramontava e il cinguettio degli uccelli si attenuava dolcemente alle prime ombre della sera, la Ruscelletta sussultò di nostalgia per la sua montagna perduta e il Lago con voce suadente le disse:“Vedi, mia cara, noi pur nella nostra semplicità, abbiamo un compito importante da svolgere. L’acqua è la vita, niente in questo mondo può esistere senza di noi, le piante, gli animali, gli uomini, per loro noi siamo indispensabili così come loro lo sono per noi. Ci sono utili gli alberi che ci accompagnano durante il cammino perché le loro radici rendono solidi i nostri argini; sono utili i pesci che vivono e si moltiplicano dentro di noi e il sole e gli altri animali e i sassi e ogni cosa intorno a noi. Questo luogo dove noi ci troviamo si chiama Terra e qui tutte le cose hanno un significato ed una funzione, sono importanti in egual misura e sono state create per vivere in armonia tra loro. Quindi, cara Ruscelletta, rassegnati ad abbandonare la tua montagna, tu non potrai tornare più indietro. Ma sappi che vedrai cose meravigliose nella strada che ti appresti a percorrere e che sarai ampiamente ripagata delle tue fatiche dalla gioia di essere stata molto utile ed amata.”
Il Lago tacque e la notte scese fitta e spessa come una coltre di velluto. La Ruscelletta allentò la sua trepidazione e la paura così poté accorgersi che qualcuno sfiorava le sue acque diventate un po’ più quiete. Il Lago le sussurrò:“Non temere, stai dissetando un giovane lupo che torna dalla caccia. Non gemere, non saltare potresti spaventarlo. Cerca di dormire adesso, domani avrai molta strada da fare .”
Al sorgere dell’aurora la Ruscelletta si svegliò cantando, la montagna era dimenticata ed una vasta verdissima vallata si apriva davanti a lei, la rugiada ricopriva ogni cosa di piccole perle.
Salutò il Lago e cominciò la propria corsa accompagnata dai salmoni saltellanti che avevano fretta di deporre le loro uova nelle acque dolci e fredde della montagna.
Seguendo la pendenza pian piano si lasciò alle spalle le corone dei monti e gli alti abeti. Più giù, man mano che scendeva, c’erano alberi più piccoli ricchi di frutti dorati e altri uccelli che l’allietavano col loro canto melodioso. Lambì una casa e fece girare la ruota di un mulino. Gorgogliò per dissetare una mandria di cavalli selvatici e si accorse, dopo una estenuante giornata, che scorreva fra rive dorate di grano maturo.
Il lago le aveva spiegato ogni cosa, l’aveva rassicurata e incoraggiata ma non era riuscito neanche in minima parte a descrivere le meraviglie che c’erano intorno:il profumo della terra, l’odore pungente del bosco, le fragranze dei fiori; i colori dal verde intenso del prato al giallo oro del sole al rosso del cielo al tramonto all’argento della luna e delle stelle, al viola scuro della notte. La bellezza è la vita quando rivela il suo volto sacro.
Un’altra giornata era trascorsa e la Ruscelletta si fermò per riposare presso una fattoria con una grande aia dove le donne e gli uomini danzavano felici al suono di un fisarmonica mentre nel cielo pendeva, come un grosso lampione, la luna.
Al sorgere del sole si svegliò al canto delle lavandaie che battevano bianchi lini sulla pietra levigata. Le salutò felice e riprese il suo cammino. La temperatura diventava più dolce ed il mare, ormai, non poteva essere lontano, avvertiva nell’aria il suo profumo di salsedine. Regalò pesci d’argento ad un pescatore pensoso seduto sotto l’ombra di un grande olmo, spinse le barchette di carta di bambini festosi che giocavano sulle sue sponde e, sempre correndo, attraversò un piccolo paese ed una grande città ricca di immense case di marmo e campanili dorati. Aveva voglia di fermarsi per guardare una vecchietta con gli occhi di opale affacciata ad una finestra ma una forza magnetica l’attirava avanti, sempre più in fretta, sempre più veloce. Passò due ponti e da lontano intravide una immensità azzurra, grandissima, orlata da una striscia di sabbia d’oro.
Non poteva sbagliare, quello era il mare, lo percepiva, lo sentiva, era la fine del suo viaggio, l’infinito azzurro col quale finalmente poteva fondersi. Accelerò la corsa con trepidazione, con felicità. Aveva percorso la sua strada, aveva dissetato uomini ed animali, aveva irrigato i campi, aveva visto e goduto cose meravigliose adesso, finalmente, poteva diventare mare. E all’improvviso, nel profondo del suo cuore, ogni cosa le fu chiara; comprese lo scopo della sua vita che altro non era che un piccolo frammento di quell’ordine che rendeva tutte le cose così perfette.
Ricordò delle parole del lago: “Ogni cosa ritorna alla sua radice e poi rivive ancora.” Intuì che dal mare sarebbe ritornata nel cielo sotto forma di nuvola e poi di nuovo sulla Terra come goccia di pioggia o fiocco di neve e da lì avrebbe ricominciato a viaggiare verso il mare tra altri paesaggi forse, ma sempre dentro un’armonia in cui tutte le cose trovano la loro dimensione.
Assorbì quell’armonia e con un ultimo guizzo si fuse con le acque azzurre del mare in un abbraccio infinito mentre il sole era ancora alto nel cielo.

 

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