“Il mito dell’ibridazione” e “Sirene”: distopia e postumano secondo Daniela Saitta in uno studio su Laura Pugno

 

ibridazione saittaQuello compiuto da Daniela Saitta sul romanzo di Laura Pugno, Sirene (Einaudi, 2007), potremmo definirlo, più che uno studio analiticamente schematizzato (poiché di primo acchito è questa l’impressione che si potrebbe ricavare da un superficiale accostarsi al saggio Il mito dell’ibridazione, Prova d’Autore, 2012), una minuziosa scomposizione, a cui segue il raffronto critico e la ricomposizione delle numerosissime tematiche affrontate nel romanzo. L’autrice opera una sorta di vivisezione sistematica che, passo dopo passo, riesce, da un lato, ad approfondire temi e disagi apparentemente lontani ma in verità assai prossimi, quantomeno in germe, alla società odierna, dispiegando, dall’altro lato, le sfaccettature degli apocalittici personaggi presenti nel romanzo, riuscendo a far divenire tali personaggi, pur fantastici e futuristici, entità corporee in grado di emergere perfettamente proprio in virtù del loro iper-realismo (così reali da superare la realtà, personaggi estremizzati e per questo ancora più realistici). L’analisi compiuta dalla Saitta parte da alcune parole-chiave che ci permettono di accedere al mondo orrifico costruito dalla Pugno. Il primo di questi sostantivi è “mito”, greco mythos, “parola”, “narrazione”, che rimanda, per una comunanza di radici lessicali (mi-, come scrive la Saitta, sta per “mandare un suono”) non solo al greco my-kào, “muggire”, ma, con un salto temporale, addirittura al sanscrito mimâti, che ha il medesimo significato. Come leggiamo nel saggio, mito e canto, quello animale soprattutto, sono strettamente legati. E la seconda parola-chiave fa proprio riferimento al mondo animale, o meglio, gli animali in senso stretto sono quasi del tutto assenti nel romanzo, quasi si siano ritirati in sordina di fronte agli orrori perpetrati dall’uomo. Gli unici animali presenti, che poi non sono animali in senso stretto, e lo vedremo, sono le Sirene, gli ibridi. Ancora una volta l’etimologia ci viene in aiuto: ibrido viene dal latino hybrida, letteralmente “che ha origine da due razze differenti”, termine che è simile, per suono, al greco hybris, “tracotanza”. Ma in questo romanzo non sono gli ibridi, le sirene, che rappresentano l’alterità, ad essere tracotanti ma lo sono, come sempre, gli uomini, in nome di una presunta superiorità intellettiva (e come non pensare a quel passo del III Canto dell’Inferno in cui Dante fa dire alla sua prima guida, Virgilio: “tu vedrai le genti dolorose c’hanno perduto il ben de l’intelletto”, locuzione passata poi nel linguaggio comune a indicare la capacità di ragionare, di distinguere il bene dal male) ma anche di una presunta superiorità emozionale, anche se di “emotivo”, nel significato primigenio derivante dal latino emovēre “scuotere, smuovere”, e per trasposizione, dell’altro composto di movēre, “commuovere”, c’è ben poco negli umani della Pugno, che  soggiogano arrogantemente l’altro, il diverso. Ibrido e mito sono così i punti di partenza del viaggio intrapreso dall’autrice del romanzo e consequenzialmente anche del percorso analitico-conoscitivo della Saitta. Ma questi due termini, oltre all’accostamento operato nell’analisi narrativa, hanno anche altro in comune. Infatti il mito è anch’esso un ibrido, un ibrido tra la limitata conoscenza gnoseologica umana e ciò che è inconoscibile poiché non esplicabile con mezzi esclusivamente antropici. Il mito si può considerare così come la commistione fra ciò che l’uomo sa (per esperienza diretta, senza che per questo derivi necessariamente l’acquisizione cosciente e compiuta di ciò che sensorialmente percepisce) e ciò che ignora (o vuole, per timore, ignorare?), l’innesto vivo e misterico dell’inconoscibile in una conoscenza, che in quanto umana è comunque incompleta, fallace.
Quindi ibrido e mito: sirene. L’alterità è costituita, nella narrazione, dalle sirene, metà donna e metà pesce, figure femminili mortifere (poiché subito dopo la monta divorano il compagno), più simili ad animali che ad esseri umani. Eppure partiamo proprio dalla femminilità delle sirene. Le sirene della Pugno sono delle femmine le cui altre funzioni, a parte quelle di strumento sessuale (prostitute narcotizzate per soddisfare le voglie degli yakuza) e di strumento procreativo, o meglio produttivo (ingranaggi di una catena di montaggio/smontaggio in cui prima sono generatrici di altre sirene e immediatamente dopo il parto vengono eliminate fisicamente per divenire pregiata carne da macello), sono totalmente atrofizzate. Simone De Beauvoir nel suo saggio dal titolo Il secondo sesso scrisse: “il maschio proietta sulla donna tutte le femmine della natura” e la avverte, aggiungiamo, come nemica perché percepita come “altro”. Oltre alle Sirene, anche le altre donne che appaiono nel romanzo (soprattutto Sadako, la fidanzata del protagonista, Samuel, e anche la di lui madre, uccisa inspiegabilmente dal padre) sono alterità femminili soggiogate dal maschio mediante la tortura, la sottomissione psico-fisica e gli interventi invasivi su corpi martirizzati mediante l’inchiostro (tatuaggi), i piercing, le marchiature a fuoco, le incisioni e l’innesto di protesi meccaniche deturpanti. Tale assoggettamento avviene in maniera ancor più marcata nel caso della femminilità divoratrice delle sirene, avvertite come alterità minacciose in quanto creature dall’istintualità esasperata e dalla femminilità preponderante. Femmineo da annientare attraverso l’orrida consacrazione, o meglio profanazione, del loro corpo mitologico (e per questo non pienamente conoscibile, ignoto e portatore di paura) che diviene oggetto sacrificale del desiderio sessuale e del cannibalismo dell’uomo.
D’altro canto, come sapientemente spiega la Saitta, in quanto femmine non umane ma animali, non viene loro attribuito, in un processo che tende all’auto-giustificazione dell’intera collettività umana, l’atto del cōgĭtāre, del pensare. L’uomo scagiona se stesso e il proprio operato grazie ad una visione arbitrariamente antropocentrica e purista di rifiuto dell’alterità, in base alla dicotomia umano/non-umano, in cui il non umano deve essere rigettato in toto. Le sirene, non umane, biologicamente diverse, vengono additate come esseri disformi dalla norma comune e ripudiate in nome di una naturale superiorità umana, senza indagare sull’effettiva validità di tale teorizzazione antropocentrica e razzista.
Le sirene inoltre non hanno un nome, a sancire ogni assenza di rapporti nella loro vita. L’unica a cui verrà attribuito un nome sarà Mia, figlia della violenza perpetrata da Samuel su una sirena in cattività, sirena per metà umana per cui Samuel sacrificherà la sua vita di aguzzino. Il rapporto padre/figlia, attraverso cui il protagonista cercherà di superare l’orrore della vita, condurrà Mia alla libertà e Samuel alla morte. Pochi sono i rapporti familiari accennati nel romanzo, quasi sempre sono rapporti malati, basati prevalentemente sulla sottomissione. L’istituzione parentale, nel senso di famiglia e affettività, è la grande assente, così come lo è la religione, come sottolinea la Saitta. Non manca solo il Dio unico, ma manca la religione come concezione salvifica. In realtà, a mio parere, il perno attorno a cui ruota la questione, non è tanto la presenza o assenza di un dio, quanto la consapevolezza che la visione antropocentrica di questo romanzo-mondo non si può ascrivere nemmeno al filone di quei testi apocalittici in cui si verifica l’auto-innalzamento dell’uomo a dio, poiché ogni dimensione salvifica e divina è totalmente assente e nel suo esasperato e fortemente terreno antropocentrismo, l’uomo è solo un uomo, nulla di divino è in lui, l’uomo è pienamente umano, anche nella sua disumanità. L’unico sprazzo di divinità è nelle alterità-mostruose, le sirene appunto, che non vengono però divinizzate ma schiavizzate, lacerate, annientate, quasi che l’uomo, che non ha incensato se stesso come dio ma ha preferito estremizzare i lati imperfetti e crudeli della sua umanità, preferisca distruggere il divino anziché conoscerlo e riconoscerlo, soprattutto nell’alterità. Il germe uomo, che muore a causa di quel sole che è divenuto cancerogeno (simbolo di una vendicativa natura offesa e umiliata che dispensa dal suo male proprio le sirene, immuni al tumore della pelle, e i selvaggi boscimani), può sopravvivere solo nell’ibrido, nel postumano. Postumano che fino a questo momento non abbiamo mai citato, ma che è la terza parola chiave presente in questo testo, il termine che ci accompagnerà verso la conclusione della nostra analisi e anche di “quella distopia a tutto tondo” (così la definisce la Saitta) che è il mondo di Sirene.  Scrive la Saitta: “l’uomo non è, non è mai stato e non sarà mai un universo isolato, auto-riferito e incontaminato. Il rapporto con l’alterità, animale e vegetale prima, macchinica dopo, ha da sempre caratterizzato, se non fondato, l’evoluzione dell’uomo”. Parole a cui fanno eco quelle del biologo Roberto Marchesini: “È attraverso l’ibridazione che si costruisce quel non equilibrio culturale –l’apertura al sistema- che consente di portare in superficie le più autentiche prestazione espressive dell’uomo”. Continua la Saitta: “Non più confini netti, ma ibridazione e contaminazione con l’alterità. […] Non più umano, insomma, ma postumano. […] Nell’approccio post-umanistico le alterità animali, considerate l’archetipo di ogni forma di alterità, non rappresentano il passato ancestrale dell’uomo, fonte di pericolo e oltraggio alla sua essenza, bensì i referenti con cui egli costruisce il suo futuro. […] È questo il paradosso del postumano nella narrativa della Pugno, come sostiene anche la Tabanelli: l’ «ibridazione al femminile di una de-evoluzione che è puro corpo/funzione, vitalità anatomica istintiva e performativa» sembra essere l’unica possibilità di salvezza per l’umano. La sua sopravvivenza è legata contemporaneamente al suo dissolversi in una natura ibrida post-femminile, selvaggia, materiale, corporea, che divorerà l’uomo. Questa è l’unica forma di esistenza per il mito (e per l’uomo) nel mondo distopico della Pugno, queste sono le Sirene postumane. […] D’altronde, in un mondo dove le colonne d’Ercole sono state da tempo e di gran lunga superate, le sirene del mito antico non avrebbero più motivo di esistere. O meglio, sono proprio loro a non aver più bisogno dell’uomo per esistere”.

 

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