Il labirinto verde. Prologo.

 

Ti offro un’opportunità. Trovarti davanti ad innumerevoli vicoli ciechi, e scegliere quale intraprendere.

Così mi svegliai. Le goccioline di sudore della nottataccia mi cospargevano il viso e la pelle aveva un odore un po’ primitivo. Sentii il rumore di una sirena in lontananza e non dissi una parola per una buona mezz’ora, pensando che il silenzio mi sarebbe stato d’aiuto. E accadde proprio così. Appena gli arti incominciarono a reagire, decisi che potevo alzarmi. Lavoravo ai miei pezzi e alle materie di sera tardi, perché a causa del caldo, non mi era possibile fare altrimenti. L’aria calda della mattina rende tutto più lento, letargico. Feci scrocchiare il collo, le dita, le caviglie e le braccia. Aprii la porta e vidi Maya, che girava tranquilla per casa. Si era ambientata bene e aveva l’aria di una che non se ne sarebbe mai più voluta andare. Si girò quando la chiamai, inarcò la lunga coda, distese le zampe anteriori lungo il pavimento, spiegò le unghie e mi guardò, socchiudendo gli occhi verdi in segno di affetto. Poi ciondolando con tutto il corpo si avviò in cucina, mangiò i suoi croccantini e poi si chinò sulla ciotolina rotonda d’alluminio per bere. Mi feci condurre piacevolmente da lei e bevvi anch’io per prima cosa un sorso d’acqua, sapevo che me ne sarei dimenticata per tutto il giorno, quindi perché non approfittarne adesso?
La mia coinquilina era in piedi, vestita bene, con una maglia elegante rosso caldo, una giacchetta e dei pantaloni neri, intenta ad andare a prendere un succo dal frigo. Ci ignorammo a vicenda, troppo stanche l’una dell’altra. Gli ultimi mesi erano stati un continuo discutere e azzannarsi. A questo punto, il silenzio era d’oro.
Erano le otto. Anche se mi sarei dovuta immergere nello studio e consegnare il mio pezzo mensile all’editore, mi sentivo inoccupata, gli stimoli motori venivano meno e non avevo alcun’ ispirazione. Mi sembrava di non avere tempo. Eppure invece, di tempo ne avevo.
Presi il mio caffè, gustandomelo, nella speranza che avrebbe compiuto il miracolo di farmi svegliare. Godetti dello sprigionarsi di tutto il suo aroma nella mia bocca, poi il succo di frutta all’albicocca diluito con dell’acqua minerale freschissima e addentai il pane tostato. Non ne avevo voglia, ma mi sarei comunque messa a lavoro. Ero solo molto assetata, ma era come se il mio corpo non se ne accorgesse e non chiedesse di bere.
Mi avviai verso la mia camera, Maya era sul terrazzino e aveva assunto la posizione di una sfinge, statuaria, dorata alla luce del sole.

Quando mi sedetti davanti alla scrivania, il mio sguardo si posò sui post-it appiccicati alla lavagnetta magnetica. Erano una decina circa, non dovevo mai perderli d’occhio e in questo modo non li avrei persi mai facilmente di vista. Questo metodo mi aiutava a pianificare, abitudine che da un po’ di tempo a questa parte ormai, stavo perdendo. Bastava una svista della più piccola entità e sarebbe stata determinante. Così è il quotidiano, dentro cui ci si ritaglia invano un po’ di eternità.

La finestra della stanza, a petto, fortunatamente dava sulla chiostrina, sul mondo ancora interno, confortante. Sentii le voci di una mamma, e poi di un ragazzino, un cinguettìo continuo simile ad un trillo, eco di parole che faticavo a capire, ma di cui percepivo un’appartenenza linguistica. E mentre loro risuonavano tra serrande grigie e le inferriate arrugginite del palazzo, in quella ebbe luogo, nel silenzio più totale, il mio lento ed estraniato processo dell’osservare. Leggevo a destra, nel piccolo vano della scrivania: “Rock around the Blood”, l’ultimo di Julia. Mese di Giugno 2017. Seguito dall’ Odissea di Omero e da Angelus Novus di W. Benjamin. E da Tutte le poesie di Rimbaud. Ne aprì una pagina a caso: Le strenne degli orfani.
“La stanza è colma d’ombra; si sente vagamente
di due bambini il mesto e dolce mormorio.
La fronte si reclina, ancora appesantita dal sogno,
sotto la tenda bianca che trema e si solleva…”

Per adesso vivo delle poesie di un altro. Fu una riflessione saggia ma dal gusto amaro, perché mi sembra di non avere pensiero. E sapevo che mi occorreva una rieducazione alla scrittura. King probabilmente mi avrebbe aiutato, ma avevo regalato ad un ex ragazzo l’autobiografia di un artista. Me la sarei riprocurata. Praticamente il peggio è accaduto. In quel cerchio di totale sconfitta, laddove tu giaci solo, isolato, il tempo continua a scorrere comunque. Presto sarebbe scaduta l’ora dedicata alla creatività e sarei dovuta tornare al mio inutile incessante ripetere. Avrei dovuto sforzarmi molto nelle ore a seguire. Compiere uno sforzo mentale di controllo. Mentre l’ansia sopraggiungeva, avrei dovuto concentrarmi solo sulle parole del testo. Mi venne in mente non so perché, l’occhio del pesce morto, sempre aperto, sgomento, intrappolato. Sentii la porta d’ingresso, finalmente chiudersi.
Adesso la casa era totalmente tranquilla. Potevo fermare il mio viaggio, per sempre ancora una volta. Ed ecco che la voce mi raggiunse nuovamente, come una lama fredda, assieme all’odore del sangue.
Ho tantissime cose ancora, tantissimi aneddoti che non avrò il tempo di raccontarti.
Credi di essere stanco? Non esserlo troppo. Non ancora.

 

 

 

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