I Pupi (*). Ricordo Di Dionisio E Del Dottor P.

I

Il ragazzo Alfiero ricordava che Dionisio non era particolarmente socievole. Un tipo selvatico, bizzoso, i cui modi spicci potevano urticare. Amava vivere a modo suo e non si curava delle critiche. “Non voglio padroni…” diceva. Lavorava con metodicità. Abitava con la moglie nella zona più vecchia del paese, in una casa tra le più antiche, con tetti a botte istoriata di fregi e festoni; così raccontavano certi suoi amici, quasi svelassero un segreto. Non era portato per la conversazione.
Sospettoso bizzoso e scostante, poteva stare in silenzio anche se attorniato da persone a, se pressato, raccontava per ore sfiancando le orecchie. Fumatore compulsivo, si divideva tra comuni toscanelli e le più vili sigarette: “ho fumato di tutto” diceva, ricordando i tempi della guerra africana. Da giovane doveva essere stato attraente; bastava guardargli il volto magro e affilato, di lineamenti netti, come scolpiti in una medaglia, il volto di un pensatore si sarebbe detto… Ma ciò che colpiva di lui era la bella capigliatura curata con maniacale narcisismo tendente al rossiccio biondo, ancora forte e compatta. Spesso si staccava dal deschetto per specchiarsi contro un pezzo di specchio rotto.
Dentro una vetrinetta c’erano delle foto di lui al lavoro, altre in posa con dei visitatori; in una addirittura immortalato con un vescovo che teneva per il ferro un pupo le cui sembianze ricordavano un eremita. Interrogato rispondeva che era Sant’Onofrio; coperto di lunghi e allarmanti peli scimmieschi, Dionisio portava all’occorrenza occhiali rotondi di alluminio, perennemente appannati…
Era di origini napoletane. Il padre e il nonno erano stati famosi pupari. Nei periodi di massimo splendore il loro laboratorio esportava pure in America, attraverso la Genco & Candeloro Puppets, di New York. Gli italiani d’America sembravano gradire i loro pupi e le marionette, la cui fattura non temeva confronto. Dentro al laboratorio di Dionisio c’era un piccolo teatrino per pochi intimi. Non era raro vederlo cimentarsi in spettacoli per gli amici, oppure, pregato, dava qualche farsa. Dionisio i pupi sulla scena non li sapeva manovrare e la cosa lo infastidiva. Una volta anche Filiberto, il suo amico della guerra d’Africa, padre di Alfiero, accennò tremante qualche figura, ma senza convinzione.
In seguito si convinsero a dare uno spettacolo, ma solo poche scene. Gli spettatori non gradirono, si mormorò. I due tolsero il disturbo mugugnando. Ebbene, tutte le ore libere Alfiero le trascorreva in quel teatrino laboratorio. Dionisio riceveva, padre e figlio, davanti la soglia del laboratorio, situato in un vasto cortile desolato e malmesso. Appariva bardato con un grembiule di cuoio sporco e il sigaro ben stretto tra le labbra violacee. L’umore tra l’afflitto e lo scostante.

*

Filiberto aiutava Dionisio a fare qualche riparazione a certi pupi di tipo catanese che erano alti quanto Alfiero. Dopo averli riparati e rivestiti di nuovi costumi, Dionisio, con abilità di mago, si nascondeva alla vista portandoli sulle tavole del palcoscenico per vedere l’effetto che facevano. Diceva: “Com’è l’effetto? È buono? Cosa mi dici?” Ad Alfiero quei pupi facevano uno strano effetto: quelle piume, le nappe, i velluti sanguigni, i merletti dorati e d’argento, le passamanerie, erano elementi nuovi che lo ipnotizzavano. A volte Dionisio in preda alla frenesia li smontava; cambiava testa e braccia, scambiava le armature. Ne montava di nuove e misteriose.
Così venivano fuori certi personaggi inquietanti che non figuravano in nessun catalogo di marionette. Una volta si sbizzarrì al punto da costruirne uno con un occhio solo. Ci impiegò delle settimane tra monta e smonta, qualcosa che somigliava a un Polifemo, con dei bernoccoli: “Questo è il diavolo…” disse a Filiberto che lo guardava perplesso… Se qualcuno provava a dissentire erano liti e mutismi. Filiberto e Alfiero assistevano alle litigate, alle sfuriate agli sfoghi di Dionisio, quando prendeva di mira i suoi concorrenti… Sì, perché in paese c’era un vero teatrino di pupi e marionette, quello dei fratelli La Manna, che davano spettacoli settimanali. Dionisio non perdeva occasione per denigrarli: “Chi, quelli?” li apostrofava come se fossero lì a tiro: “Quelli non sanno nulla di pupi. Zero! Sanno solo battere i piedi sulle tavole” e mimava il calpestìo. Filiberto cercava di mediare, ma otteneva l’effetto opposto, con Dionisio più intransigente che mai: “No. no. non me ne parlare…” gridava con il pugno chiuso.

Salvatore Caramagno, Pupari

Salvatore Caramagno, Pupari

*

La prima volta che Alfiero varcò la soglia nel laboratorio di Dionisio, ricordava di aver provato sgomento nel vedere tutti quei manichini appesi per la testa a dondolare; gli fecero il brutto effetto di tanti bambini impiccati. Non erano ancora vestiti, vi era solo lo scheletro di nudo legno; le teste avevano baffi e sopracciglia dipinte, le barbe a collana di colore nero o melanzana, coperti di polvere. Voleva andar via. Però, ciò che più lo intristiva, erano le strambe pupille che fissavano il vuoto: sembrava che rimproverassero Dionisio per averli lasciati in quello stato, nudi e al freddo. Anche l’odore del legno piallato fresco, gli procurava disgusto da vomito. A guardare quei poverelli appesi nudi gli bruciava lo stomaco; di notte poi, gli accadeva di sognarseli e così, paura su paura.
Filiberto lo tirava per la mano mentre varcavamo la soglia della bottega e lo presentava a Dionisio: “Lui è mio figlio Alfiero, vuole vedere i pupi”. Alfiero guardava un poco discosto, mentre loro cominciavano a discutere: “Dionisio, sono più belli i pupi catanesi o quelli palermitani?”, chiedeva Filiberto… E Dionisio stizzito, se ne usciva con un’alzata di spalle. Dopo una pausa, più spiritato che mai rispondeva: “Lo sai, no? per me catanesi o palermitani, poco importa. Ogni pupo ha la sua storia segreta, segretissima; ogni pupo può essere bello a vedersi: Orlando… Morgante, Marfisa, Bradamante, Gradasso, Alardo di Montalbano figlio di Amara e Beatrice, e poi Dudone e Ferraù. Te lo ricordi Ferraù, eh?”
Il posto di Dionisio era al deschetto, piegato a corpo morto sugli stampi. Con martelletti di diversa forma sbalzava scudi, istoriava elmi e spade… Con le forbici tagliava il metallo come fosse carta: “Belli i pupi, ti piacciono, no?” domandava a bruciapelo a Alfiero che lo guardava rapito. Iniziava anche per lui l’apprendistato; improvvisamente percepiva di essere adulto in quel mondo che trafficava con la magia e l’illusione. La madre del ragazzo andava in collera e si spazientiva quando li vedeva uscire, intuendo che andavamo a trovare Dionisio. Lei non provava nessun fervore pe quei “pezzi di latta”, così li chiamava i pupi provocando il marito Filiberto…

(*) continua nel prossimo Lunarionuovo di aprile.

Print Friendly, PDF & Email