Dai Gattopardi agli Sciacalli

Lo sbarco alleato (1943)

Il pomeriggio del 20 Luglio 1943, tre grossi carri armati americani raggiunsero le porte di Villalba, patria di don Calò, ras della località nissena e di tutto il territorio siculo. Da uno degli sferraglianti panzer alleati, su cui era issato un grande vessillo giallo oro riportante una L nera, si affacciò un ufficiale americano che, con un accento che ne tradiva le origini italiane, chiese alla gente riunitasi attorno al bestione di ferro di parlare proprio con don Calogero Vizzini. Dopo poco giunse l’atteso capofamiglia il quale, senza proferire parola, estrasse dal taschino un fazzoletto giallo simile a quello issato sul tank e salì in compagnia del figlioccio Damiano Lumia, da poco tornato dall’America, sul carro, il quale ripartì tra lo stupore generale. L’episodio, apparentemente irrilevante, segna l’atto conclusivo, o iniziatico (a seconda dei punti di vista), del processo di collaborazione tra Mafia e Marina americana, ed è narrato in due chiarificatori volumi, editi entrambi nel 1962. Il primo è Mafia e politica 1943-1962, di Michele Pantaleone, uscito per i tipi di Einaudi, opera prima dell’autorevole mafiologo che, negli anni, proprio per la sua ininterrotta opera di denuncia, rimase vittima di un effetto a catena che lo condusse ad un vero e proprio isolamento non solo politico, ma sociale. L’altra opera, utile per comprendere i rapporti allora (e probabilmente tutt’oggi) intercorrenti tra Mafia, Istituzioni americane e politica nazionale, è di Filippo Gaja e si intitola L’esercito della lupara (Area Editore, Milano 1962). Una L nera in campo dorato segnò l’avvio ufficiale delle operazioni militari e politiche degli Alleati in Sicilia; L come Libertà, L come Legalità, L come Lucky Luciano.
Lo stratagemma, come scrive Pantaleone, era già stato utilizzato quasi venti anni prima per far emigrare clandestinamente in America un tale Lollò di Villalba, protetto di don Calò, il quale dopo un “brutto episodio” venne condannato all’ergastolo e internato nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, dove, poco dopo, fu dichiarato morto. Il “cadavere”, deambulante, parlante e in partenza per il Nuovo Mondo, ricevette da don Vizzini un elegante foulard di seta dorata riportante “una C nera, iniziale del suo nome, quale segno di riconoscimento per tutti gli altri amici che lo attendevano al di là dell’oceano”.
“Nel tardo autunno del 1942 Haffenden [comandante del Naval Intelligence Service a capo della F. Section] si rivose a Lucky Luciano che si trovava in prigione per scontare una pena da trenta a sessant’anni per costrizione alla prostituzione” scrive Gaja, e aggiunge: “ Lucky Luciano interessò della partita  tutti i grossi capi mafiosi di origine siciliana in America. […] È certo che l’operazione ha avuto un suo alto prezzo politico destinato a essere pagato in Sicilia, in Italia e lungo il tempo”. Probabilmente gli Alleati sarebbero riusciti a sbarcare in Sicilia anche senza l’aiuto della Mafia, ma permane l’onta della consegna dell’isola nelle mani del nemico, non in nome di un ideale ma per poter continuare quel mercimonio che durante il periodo fascista, per l’incanalamento del potere verso altri (ma non per questo più nobili) fronti, era andato sì avanti, ma non senza scossoni e tentativi, spesso riusciti, di interruzione dell’illecito. Gli Americani entrarono a Villalba, a Canicattì e a Mussomeli senza colpo ferire. Proprio qui, Giuseppe Genco Russo (futuro successore di don Calò) li accolse con una bandiera bianca, “salvando” il paese dalla distruzione. Qualche giorno dopo Genco Russo, Vizzini e altri capi dell’onorata società vennero eletti sindaci dei rispettivi comuni di appartenenza, e se fino a quel momento “la mafia si era limitata a ricercare l’alleanza con il potere costituito; ora si identificò con il potere” (Gaja). Le gerarchie mafiose, ricostituitesi dopo quindici anni di inattività, cercarono di restaurare il loro potere e di ristabilire quei rapporti clientelari e di alleanza interrotti dal fascismo. Il 29 Gennaio 1944, dietro autorizzazione del Phisicological Wafre Branch, si riaprirono le sedi sociali dei partiti e fu nuovamente consentita la libera manifestazione d’ideologia. Movimento naturalmente affine a molte gerarchie mafiose, primo fra tutti don Calò, fu quello Indipendentista Siciliano che proponeva la separazione della Sicilia dall’Italia, progetto visto di buon occhio soprattutto dagli Inglesi e dagli Americani. “L’insegna dell’anticomunismo servì ai gruppi mafiosi per tornare a introdursi attivamente nei contrasti fra i grandi proprietari e il possente movimento dei contadini che si era sviluppato in quel periodo in modo impressionante” e che venne arrestato dai “gruppi mafiosi, i quali ora si presentavano come una forza politica” (S. F. Romano, Storia della mafia, Mondadori, Milano 1966). Scriveva Pantaleone un cinquantennio fa: “La criminalità organizzata di oggi è diventata industria di potere e si muove, e si articola con metodi e sistemi che spesso mettono in crisi le istituzioni dello Stato”. Affermazioni lungimiranti e quanto mai attuali, a cui si possono affiancare le parole di Leonardo Sciascia, il quale, durante una storica tavola rotonda promossa dal settimanale L’Europeo (siamo nel 1970), disse: “Dopo i gattopardi, da noi sono venuti gli sciacalli. Questa classe borghese è arrivata al potere, lo ha tenuto con tutti i mezzi, e a un certo punto si è permessa anche il lusso di farsi una commissione antimafia, cioè un organismo che la liberi dalle frange più delinquenziali e più appariscenti, mentre i grandi mafiosi possono continuare a far affari, in analogia con il capitalismo del nord: ma solo in analogia, perché in effetti lo sfruttamento che questa classe borghese mafiosa conduce in Sicilia è una specie di sfruttamento a rapina, che non si cura dell’avvenire, degli sviluppi della società”. Che continua a non curarsene nemmeno adesso, aggiungeremmo. E come dimenticare il nostro eroe, Lucky Luciano? Per il suo contributo allo sforzo bellico, il nostro ottenne un biglietto di sola andata per l’Italia, dove venne accolto senza bisogno di alcun fazzoletto dorato. Il resto è storia di “casa nostra”, e non solo.

Bibliografia essenziale:
– Filippo Gaja, L’esercito della lupara, Area Editore, Milano 1962.
– Mario Grasso, Michele Pantaleone personaggio scomodo, Prova d’Autore, Catania 1994.
– Michele Pantaleone, Mafia e politica 1943-1962, Einaudi, Torino 1962.
– Salvatore Francesco Romano, Storia della mafia, Mondadori, Milano 1966.

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